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Kublai ha pubblicato l’omonimo disco “Kublai” e io l’ho intervistato!

Kublai ha pubblicato l’omonimo disco “Kublai” e io l’ho intervistato!

Kublai ha pubblicato il suo nuovo album e ha deciso di dargli il suo stesso nome. Beh, proprio non potevo farmici una bella chiacchierata. È uscito i

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Kublai ha pubblicato il suo nuovo album e ha deciso di dargli il suo stesso nome. Beh, proprio non potevo farmici una bella chiacchierata.

È uscito il 4 dicembre 2020 il primo album di Kublai dall’omonimo titolo Kublai, un nuovo
capitolo del progetto solista di Teo Manzo che segue il precedente singolo pubblicato a
settembre Orfano e Creatore. Kublai è un disco che non nasce come un monologo, un
album dialogico, i cui testi percorrono gli scambi di una conversazione in una sera come
tante. I protagonisti sono due amici, forse il Kublai e il Marco Polo che appaiono nel video di
Orfano e Creatore , o forse no. Ciò che importa è che, al termine di questa notte, uno dei due
sceglierà di negarsi, togliendosi la vita, e lasciando alla musica un’unica voce, un canto solo.
Un atipico cantautore, una storia atipica.

Come hai stabilito questa connessione con Kublai Khan, tanto da farlo diventare il tuo alter
ego? In cosa siete simili, e in cosa siete diversi?
Non è tanto un alter ego, ma piuttosto un titolo, una suggestione. La mia simpatia per Kublai
è legata al mito, più che a un personaggio in carne ed ossa; nello specifico al suo rapporto
con Marco Polo e alle storie impossibili che si raccontano, passeggiando nei giardini del
palazzo imperiale. Direi che il senso del progetto è questo: inventare favole per un amico.

Questa connessione durerà anche durante il secondo disco?
Non ci sarà un riferimento esplicito a Kublai e Marco Polo, se è questo che intendi. Ad ogni
modo, sto già lavorando al secondo volume e posso garantirti che lo spirito è il medesimo,
anche se con un esito musicale un po’ diverso.

E che connessione c’è tra la copertina del disco e la storia che esso contiene?
In generale, la copertina (che è opera dell’amico Paolo Castaldi) vuole suggerire l’idea di un
nuovo inizio. Per me, personalmente, ha un significato ulteriore: essendo cresciuto con i
cantautori dei miei genitori, ho sempre avuto un amore cerebrale, intellettualizzante per la
musica. In Kublai, invece, ho introdotto un approccio più emozionale, elementare. Il bimbo
con le cuffie in copertina sta appunto ad indicare la sorpresa, il ricevere qualcosa di inatteso,
l’emozione priva di sovrastrutture.

Difficile, ma ci proviamo. Il tuo disco si può definire “cantautorato rock”?
Si può definirlo come si vuole, vale tutto. Credo che la forza di questo lavoro sia il suo
essere cangiante, non fisso. Poi, se chiedi a me, forse non lo definirei né rock né
cantautorale… Di rock non sento quasi nulla, forse il “songwriting” di un paio di pezzi lo è
vagamente, ma nulla di più. Di cantautorale sicuramente c’è qualche residuo, ma non per
mia volontà. Ho cercato di allontanarmi il più possibile da quel mondo.

Quali sono le influenze stilistiche che compongono il tuo disco?
Come detto, innumerevoli e nessuna. Come tutti ho molte influenze, ma la composizione dei
pezzi è avvenuta a quattro mani con Filippo Slaviero, quindi, ad esempio, bisognerebbe
indagare anche le sue. Comunque non siamo partiti da riferimenti precisi, preferisco lasciare
agli altri il gioco delle somiglianze.

Com’è stato, davvero, questo 2020, ora che siamo alla fine?
Non così male, anche perché gli anni precedenti sono stati molto più impegnativi per me. È
stato senz’altro uno spartiacque, ma credo ce ne renderemo conto tra qualche tempo. Per la
musica è stato un anno mortificante, soprattutto per la musica dal vivo che, in questo
proliferare di dischi ovunque, è l’unica cosa che fa fede. Mi sento prima di tutto un cantante,
e l’aver scoperto di non essere indispensabile non mi ha fatto piacere. A parte ciò, da un
punto di vista artistico e culturale, le pausa fanno bene, si guadagna in lucidità. Chissà che
non si ricominci con spirito e intenzioni migliori.

#FacceCaso

Di Giorgia Groccia

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