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Via dall’Università: negli ultimi dieci anni le immatricolazioni nelle università italiane si sono ridotte del 20%

Il rapporto della Fondazione Res, istituto di ricerca su economia e società in Sicilia, ha riportato dei dati preoccupanti in materia di decrescita de

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Il rapporto della Fondazione Res, istituto di ricerca su economia e società in Sicilia, ha riportato dei dati preoccupanti in materia di decrescita del sistema universitario italiano e delle “criticità che ne derivano”.

In dieci anni, le immatricolazioni si sono ridotte del 20 %, per un numero di circa 65mila studenti, i docenti passano da poco meno di 63mila a meno di 52mila unità, il personale tecnico amministrativo da 72mila a 59mila, i corsi di studio scendono da 5.634 a 4.628. Anche il Fondo di finanziamento ordinario delle università si è ridotto del 22, 5 %.
Sono questi i dati preoccupanti diffusi dalla Fondazione Res che mostrano il disinvestimento italiano nei confronti delle università, atteggiamento opposto rispetto agli altri paesi europei che, in tempo di crisi, hanno potenziato la ricerca ed i sistemi universitari proprio perché motore della crescita e dello sviluppo economico di tutti i paesi più industrializzati e avanzati.
Gianfranco Viesti, che ha curato il rapporto, ritiene che un paese senza buoni laureati, sia un paese meno competitivo, inoltre l’università andrebbe finanziata anche nei centri più piccoli e non indebolire gli atenei minori poiché questa “forma le classi dirigenti, nel senso più ampio del termine; svolge attività di ricerca, anche in collaborazione con il tessuto economico locale; trasferisce tecnologie e saperi. Inoltre, specie nelle aree più difficili, è anche un presidio di civiltà”.
La nuova strategia UE 2020 prevede che per il 2020 i laureati di età compresa tra i 30 e i 34 anni siano il 40%. Ma l’Italia del 2013 si ferma al 22,4%, la Germania al 33%, la Francia svetta sull’Italia vantando del 44% di laureati.
Il crollo delle immatricolazioni è stato registrato soprattutto nelle facoltà umanistiche e sociali, mentre nelle facoltà scientifiche, si è registrato addirittura un aumento dal 28 al 34 %. Parole pesanti quelle di Ivano Dionigi, presidente di Almalaurea: “L’aumento degli immatricolati nel settore scientifico – continua – è l’unica notizia positiva: un paese di comunicatori, umanisti e sociologi, e lo dico da latinista, non ha futuro. Il resto rappresenta una tragedia per il Paese”.
Una delle cause è sicuramente la pressione fiscale delle tasse universitarie: l’Italia è uno dei tre paesi europei in cui sono più alte e nell’ultimo decennio sono aumentate del 45%. Inoltre, è un paese in cui il sostegno agli studenti è minimo: pari solo al 20%, una percentuale ridicola se paragonata all’80% dei sussidi forniti agli studenti finlandesi.
Da ultimo, la riforma sull’Isee, ovvero sul calcolo di tasse universitarie in base al reddito familiare il che sicuramente non facilita la scelta di iscriversi all’università per molti studenti.
Questi ultimi hanno fatto sentire la propria voce nel Consiglio nazionale degli studenti universitari: “Crediamo – si legge nel report – che lo scarso finanziamento sia dimostrazione di una visione politica che vuole un restringimento del mondo accademico, in cui si ragiona come ‘costo sul presente’ e non come ‘investimento sul futuro’.”
Tuttavia, qualcosa sembra muoversi: l’ultima legge di stabilità prevede di stanziare 55 milioni per le borse di studio e un fondo per il diritto allo studio di 5 milioni e quest’ultimo anno 2015 -2016 ha registrato una ripresa delle immatricolazioni.

C’è la speranza che da questa primavera la crisi delle iscrizioni potrebbe dirsi chiusa.

Di Silvia Noli

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