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Condannata per calunnia: storia (assurda) di una prof di Giurisprudenza

L’Università di Bari si trova al centro dei riflettori dopo la condanna per calunnia di una professoressa di Giurisprudenza, accusata di aver copiato

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L’Università di Bari si trova al centro dei riflettori dopo la condanna per calunnia di una professoressa di Giurisprudenza, accusata di aver copiato il testo di una dottoranda. Ora non resta che risarcire l’Ateneo.

Di Carolina Saputo

“Galeotto fu il libro”. Sembra proprio il caso di dirlo, metaforicamente si intende, per quanto riguarda un grottesco contenzioso professore/alunno. La vicenda si svolge all’Università di Bari e ha per protagonista Giuseppina Pizzolante, la cui fama è dovuta non solo alle accuse di plagio, ma all’essere al centro del primo provvedimento riguardante un’indagine sull’Ateneo che giunge ad una sentenza di secondo grado: sembra che la signora Pizzolante infatti sia costretta a risarcire l’ateneo, che nel processo ha deciso di costituirsi parte civile.

Andando ad analizzare gli eventi nel dettaglio, ci si rende conto di quanto la vicenda sia semplice: il famoso e “galeotto” testo preso in esame si intitola “Le adozioni nel diritto internazionale privato” che, secondo le accuse, la protagonista della nostra storia, ricordiamolo, ricercatrice presso la facoltà di Giurisprudenza, avrebbe interamente copiato dal faticoso lavoro di una studentessa dottoranda; è stata perciò proprio quest’ultima, dopo essersi accorta del “fatale errore”, ad aver sporto denuncia. In realtà in primo grado la prof era stata condannata a un anno e quattro mesi più un pagamento di una provvisionale sia all’Università che alla studentessa; in secondo grado però, le accuse di falso, truffa e violazione della normativa sui diritti d’autore cadono , rimane “solamente” la calunnia, con riduzione della pena a un anno.

Come se non bastasse, a rendere il finale del racconto ancora più di cattivo gusto, scopriamo il motivo che avrebbe spinto la Pizzolante a compiere questo gesto insano: i crediti necessari per l’agognato posto da associato, insomma, l’eterna gloria di un posto fisso. Nell’infinita ed estenuante ricerca della giustizia, sembra proprio che l’allieva abbia superato, e di gran lunga, la maestra.

Di Carolina Saputo

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