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17 maggio contro l’omofobia: le unioni civili aiuteranno a progredire?

17 maggio contro l’omofobia: le unioni civili aiuteranno a progredire?

La giornata internazionale contro l'omofobia si colloca proprio a ridosso dell'approvazione sulle unioni civili, una legge che ha fatto discutere senz

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La giornata internazionale contro l’omofobia si colloca proprio a ridosso dell’approvazione sulle unioni civili, una legge che ha fatto discutere senza riflettere.

La svolta storica sulle unioni civili che ci chiedeva da tempo l’Europa è stata attuata e così, a 27 anni di distanza dalla Danimarca (primo Paese nel mondo ad approvarla), anche l’Italia ha una sua legge a proposito. Tralasciando le questioni politiche che hanno avuto seguito dopo il voto alla Camera, frutto non tanto di un’ideologia quanto solo per propaganda e sulle quali mi dovrei soffermare in maniera troppo dispendiosa, è inutile negare che questo sia un chiaro passo in avanti verso il riconoscimento dei diritti civili. Seppur il significato originale di questa legge sia un altro, tramite questa si cerca anche di arginare e, perchè no, di superare definitivamente un grosso problema quale quello dell‘omofobia: oggi, 17 maggio, ricorre proprio la giornata internazionale contro questa corrente ideologica che viviamo tutt’oggi nella nostra società.

Il termine è stato coniato dallo psicologo clinico George Weinberg come “paura degli omosessuali”, nel 1971. Il giorno di questa ricorrenza (ideata nel 2005 da Louis-Georges Tin, uno scrittore francese, ed istituita nel 2007) è stato scelto in ricordo della cancellazione da parte dell’OMS dell’omosessualità dalla International Classification of Diseases (meglio nota come l’elenco delle malattie riconosciute), avvenuto 21 anni fa. L’omosessualità era stata inserita in questa classifica nel 1948, in quanto ritenuta un disturbo della sessualità e descritta come “attrazione sessuale esclusiva o predominante per le persone dello stesso sesso con o senza relazioni di tipo fisico”.

L’Italia risulta essere l’ultimo Paese tra i fondatori dell’Europa ad aver raggiunto l’obiettivo di una legge sulle unioni civili. Se permettete, però, questa volta non mi sento di scaricare la colpa esclusivamente sulla classe politica, rea certamente di aver trascurato totalmente od in parte una necessità che ci avrebbe perlomeno portato al passo con altri Stati. I veri oppositori di questa rivoluzione sono stati coloro che si sono riempiti la bocca di parole bellissime (e fondamentali) trascurando però la realtà dei fatti. Ecclesia libera in libera patria non è semplicemente una celebre frase pronunciata per la prima volta da Charles de Montalembert e poi ripresa successivamente, ma un concetto estremamente importante: lo Stato e la Chiesa sono due istituzioni, una politica l’altra religiosa, che devono essere rispettate ma che hanno, ovviamente, delle divergenze strutturali alla base che non possono essere superate, a meno che non si superi il concetto di uno dei due. Insomma, facciamo un po’ di chiarezza: il riconoscimento civile di due persone non implica il fatto che fra qualche decennio il matrimonio così come viene inteso da secoli sia destinato ad estinguersi o che l’anormalità sarà vivere in una famiglia “tradizionale” (che poi uno perchè ci ride, ma chi glielo spiega a gente come Mario Adinolfi, estremi promotori della salvaguardia familiare, che Giuseppe viene spesso indicato come figlio di Gesù quando in realtà non lo è?), ma è semplicemente il  riconoscere diritti civili a due persone che decidono di non sposarsi ( e qui entrerebbe in gioco il libero arbitrio tanto caro a Dante Alighieri). Il matrimonio cattolico è qualcosa che va al di là del semplice contratto, è un passo di estrema importanza compiuto da una coppia che vuole legarsi davanti al loro dio. Se si ritiene che le unioni civili possano mandare in crisi il matrimonio religioso è evidente che c’è un problema da risolvere all’interno della Chiesa, impaurita (ma di cosa poi?) che sempre più fedeli decidano di sposarsi altrove. C’è chi parla, come il cardinal Bagnasco, che questa legge affosserà le famiglie  con l’approvazione dell’utero in affitto (al quale sono contrario, oltre che per un commercio incontrollabile, anche per una semplice questione di classe sociale: data l’elevata somma di denaro che bisogna sborsare per questo meccanismo, perchè una donna ricca può avere questo diritto mentre una povera no?). Ma nella legge tutto questo non c’è. Questo istigare al non riconoscimento civile di due esseri umani è qualcosa che sia avvicina molto all’omofobia, a quella paura dell’uomo incomprensibile, figlia di una cultura bigotta ed arretrata.

Ma mi chiedo se quelle persone che professano tanto le buone maniere ed il buon costume ogni tanto si mettono nei panni di chi è costretto a sentirsi un estraneo, un invisibile, nella società di oggi, che lo giudica come diverso per via della sua fisionomia o per i suoi gusti. Se la risposta è no, beh suggerirei di provarci: l’omofobia uccide.

Di Lorenzo Santucci

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