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Le lesioni invisibili delle donne vittime di violenza

Le lesioni invisibili delle donne vittime di violenza

È uscito uno studio drammaticamente interessante sugli effetti biologici delle violenze. Di Silvia Carletti Se parliamo di traumi, in particolare di v

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È uscito uno studio drammaticamente interessante sugli effetti biologici delle violenze.

Di Silvia Carletti

Se parliamo di traumi, in particolare di violenza sulle donne (ahimè, ancora una volta ricorre questo tema), dobbiamo cominciare a preoccuparci non solo dei danni fisici e morali, ma anche dell’impatto biologico che questi hanno sulla vittima. Uno studio ne dimostrerà il meccanismo.

Sappiamo bene che le funzioni biologiche del corpo umano sono influenzate enormemente da fattori ambientali esterni: uno stile di vita insano, l’alimentazione irregolare e l’uso-abuso di alcool e fumo non giovano sicuramente al corretto funzionamento dei processi fisiologici del nostro organismo. Ma non tutti sanno che esiste anche un altro tipo di fattore che agisce direttamente sull’evoluzione genetica dell’individuo: la violenza.

Chi è vittima di un trauma infatti non porta con sé solo la ripercussione psicologica e fisica di ciò che ha subito, ma ne è, se così possiamo dire, “trasformato dall’interno”.

Il Dna va pensato come una macchina il cui funzionamento è armonico e costante ma altrettanto dinamico: l’evoluzione di un gene dipende dal contesto in cui la persona vive, e uno sconvolgimento forte come quello subito a seguito di una violenza provoca un’alterazione di questo processo, tanto esatto quanto malleabile. Per dimostrarlo, due strutture ospedaliere italiane, il Maria Vittoria e il San Giovanni Bosco di Torino, hanno intrapreso un lavoro di ricerca su un campionario di donne che sono state vittime di violenza fisica.

Esistono già dei test in grado di rivelare tracce di sintomi post-traumatici nel sangue, quindi di dimostrare e testimoniare la violenza subita, ma ora i medici vogliono proseguire lo studio per capire come questo meccanismo viene innescato a livello biochimico nel Dna, così da poter intervenire con terapie costruttive e adeguate alle peculiarità di ogni donna.

Il progetto Epi-Revamp (questo il nome dello studio) rientra in una branca della medicina, l’epigenetica, che per le prime volte si sta attuando per i cosiddetti codici rosa, ossia per i casi di donne violentate.

Esse potranno sottoporsi volontariamente, nel rispetto della loro privacy e della loro sensibilità, a prelievi semestrali per un totale di tre anni, durante i quali saranno controllate costantemente e supportate in un percorso di cura e reinserimento. I campioni estrapolati dal Dna delle vittime saranno messi inoltre a confronto con quelli di donne comuni, dette “sane” in quanto mai state vittime di violenza: in questo modo si cercherà di evidenziare le sostanziali differenze fra le due categorie, e le informazioni raccolte daranno vita a una “bio- banca”, a disposizione di tutti gli studiosi del settore che vorranno portare avanti la ricerca.

“Una collaborazione ardua è richiesta fra tutte le professionalità del mondo ospedaliero”, ha detto Valerio Alberti, direttore dell’Asl di Torino 2, che vede in Epi-Revamp un modo di proteggere le donne di oggi e di domani aiutandole a “riappropriarsi di se stesse”.

Di Silvia Carletti

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