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Padellaro docet

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Aspirante giornalista? Non lasciarti sfuggire l'occasione di una lezione con un monumento del giornalismo italiano. Di Irene Tinero Sabato si è tenuto

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Aspirante giornalista? Non lasciarti sfuggire l’occasione di una lezione con un monumento del giornalismo italiano.

Di Irene Tinero

Sabato si è tenuto l’ultimo corso romano della Scuola di Formazione “Emiliano Liuzzi”, curata dal Fatto Quotidiano. La prima parte è stata condotta da Antonio Padellaro, fondatore e primo direttore, mentre nel pomeriggio è subentrato il giovane Stefano Feltri.

In perfetto orario arriva un uomo alto e magro: non indossa giacca e cravatta come ti aspetteresti, forse perché siamo in estate e a Roma è sempre una prova di sopravvivenza, nonostante il cambiamento climatico. Ha una polo grigia, mani levigate da scrivania e a turno guarda tutti i presenti negli occhi. Non sembra pienamente consapevole di rappresentare una parte della storia del giornalismo italiano. Se Feltri è giovane, istintivo e più fattuale, Padellaro insegna attraverso la sua vita: su previa raccomandazione (ed io apprezzerei l’onestà intellettuale/personale) approda giovanissimo all’Ansa, da cui ha imparato rigore e precisione, qualità indispensabili per un giornalista e condizioni necessarie per un rapporto di fiducia con il lettore.

In uno dei suoi primi articoli, il Direttore colloca il Messico nell’America del sud (tanta era la fascinazione che ho pensato “eh beh?”): lo stato dell’America centrale diventa una Siberia e viene invitato ad abbandonare la carriera giornalistica.
Quando riceverai lo stesso invito pensa che è successo anche ad Antonio Padellaro.

Al Corriere della Sera, poco dopo aver abbandonato l’umile compito di smistare la posta, il giovane Antonio ha appreso una delle lezioni più importanti della sua carriera: il caso (per non dire altro) vuole che l’omicidio Pasolini venga affidato proprio a lui. Il fatto che gli otto colleghi contatati prima avessero declinato, non solo si è rivelato un trampolino di lancio, ma dimostra quanto un mestiere simile sia fatto di occasioni, riflessi, umiltà.
Serve l’ambizione cattiva del primato: l’orgoglio del giornalista è avere la notizia che nessuno ha, così come il peggior incubo è arrivare ultimo.
Per eccellere non ci si deve accontentare del sunto di un’agenzia, ma bisogna inseguire una pista: così

Padellaro ha scovato la famosa citazione di Fanfani (DC) “se passa il divorzio, le vostre mogli scapperanno con le cameriere”, in cui si scorgeva un sinistro preludio alle attuali unioni civili/matrimoni gay.

Mai nel branco, sempre lupi solitari: lavora soprattutto sulle “voci”, con fulmineo tempismo e se qualcuno urla che “la frase è avulsa dal contesto” quello è il tuo campanello d’allarme, il tuo prossimo articolo.
In un senso puramente tecnico è fondamentale argomentare, sviscerare la notizia, prediligere una prosa asciutta (alla Biagi) dove ci siano “meno aggettivi e più sostantivi”, quindi più fatti.

Infine, un buon titolo deve essere “a prova di querela” risponde Feltri per conto di Padellaro.

È stato un incontro onesto e rincuorante: Direttore e Vice hanno dismesso quell’aura di sacralità che, come un luogo comune, in tanti attribuiscono al FQ, ma che forse loro per primi non hanno mai voluto indossare. Non sono “nudi e puri” e scendono a compromessi con la realtà, ma mai a scapito della libera informazione e della verità. Di questo, io li ringrazio.
A diversi giovani preoccupati hanno risposto che è ancora possibile fare questo mestiere, persino in Italia: cambiare le cose e realizzare i propri progetti non deve essere un miraggio, occorre solo tanto tanto impegno.

Una volta qualcuno diceva che serve un 10% d’ispirazione e un 90% di traspirazione, ma forse ha ragione Antonio:

insieme allo studio, alla fatica e alla preparazione, metteteci grinta e della sana luce negli occhi.

Di Irene Tinero

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