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La morte di Imane Fadil e le ipotesi di contaminazione radioattiva

La morte di Imane Fadil e le ipotesi di contaminazione radioattiva

È veramente plausibile che sia stato un cocktail di elementi radioattivi ad uccidere la ragazza? Il caso Imane Fadil tiene ancora banco. Avvelenament

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È veramente plausibile che sia stato un cocktail di elementi radioattivi ad uccidere la ragazza? Il caso Imane Fadil tiene ancora banco.

Avvelenamento con elementi radioattivi, è questa l’ipotesi che sta prendendo piede negli ultimi giorni, arricchita da una parziale conferma arrivata da un laboratorio specializzato di Milano. Si apprende che il corpo presenti “radioattività oltre i limiti di guardia”. E arrivano anche le parole di un investigatore che definisce la contaminazione di Imane Fadil “paragonabile a quella di una persona che ha lavorato per 30 anni in una fonderia”.

Ma le modalità della morte sono realmente compatibili con un avvelenamento radioattivo?

Le modalità di avvelenamento radioattivo

Il corpo umano può essere esposto alle radiazioni, e alle conseguenze da queste determinate, principalmente in due modi:

  • irradiazione esterna:
  • irradiazione interna.

Nel primo caso ad emettere radiazione è una sorgente, un materiale radioattivo, presente all’esterno, nelle immediate prossimità, del nostro corpo. Gli elementi radioattivi possono essere anche più o meno dispersi nell’ambiente, o nell’aria, e irraggiare il bersaglio in modo diffuso.

Nel secondo caso il radionuclide (così vengono definiti gli elementi naturalmente radioattivi), viene assunto dalla persona tramite inalazione o ingestione (altre possibili vie di ingresso sono l’assorbimento attraverso la pelle e le ferite a livello della cute).

Avvelenamento per ingestione

Quando, come si suppone sia accaduto a Imane Fadil, un elemento radioattivo viene ingerito, esso raggiunge lo stomaco, e da lì l’intestino tenue. Qui, una parte della radioattività, invece che proseguire il proprio percorso viene trasferita ai fluidi corporei, prevalentemente il sangue. A questo punto il radionuclide segue delle strade che dipendono dalle sue caratteristiche chimiche: infatti, un elemento radioattivo continua ad essere, indipendentemente dalle sue caratteristiche di radioattività, un elemento che il nostro corpo cerca di gestire, ritenendolo al suo interno per un certo tempo. In questo processo, il radionuclide finirà per concentrarsi in alcuni organi specifici, dipendenti dalle sue caratteristiche e da quella che potremmo definire “somiglianza con elementi più familiari al corpo umano”. Ed ecco che, ad esempio, stronzio, radio e uranio, se ingeriti, finiranno per seguire la strada del calcio, venendo concentrati prevalentemente nelle ossa. Nel caso dell’uranio importante diventa anche lo scambio di radioattività che avviene tra plasma e reni.

Plutonio, Americio, Torio e Nettunio seguono invece un destino diverso: il sangue, che in questo caso assume il ruolo di veicolo principale, si rende responsabile della trasmissione di questi elementi alle ossa, e da qui al midollo osseo, ai reni, con una frazione che viene espulsa tramite le urine e una che viene invece ritenuta dai reni stessi, e al fegato, una porzione del quale finirà per trattenere questi elementi in modo straordinariamente efficace.

Effetti delle radiazioni sul corpo umano

Gli effetti prodotti dall’esposizione alle radiazioni possono essere grossolanamente suddivisi in due categorie. La prima raccoglie i cosiddetti effetti stocastici differiti nel tempo, prevalentemente tumori solidi o del sistema linfo-emopoietico che si manifestano dopo anni da una certa esposizione. Meno noti di questi sono gli effetti deterministici, causati da un’esposizione acuta, concentrata nel tempo, e caratterizzati da una manifestazione “immediata”, o quasi, di una certa famiglia di sintomi.

In questo secondo caso, quello compatibile con l’avvelenamento di cui si discute, i sintomi sono generalmente una caduta rilevante del numero di globuli bianchi, con compromissione del sistema immunitario, vomito, febbre alta e irregolare, tachicardia e ipotensione e tendenza al collasso cardiocircolatorio.

Per i casi di avvelenamento più gravi, che comportano cioè un irraggiamento maggiore (perché più lungo o più intenso) del paziente, la morte sopraggiunge, se non si interviene con adeguate cure (trasfusioni di sangue, trapianto di midollo, trattamento antibiotico e antiemorragico), la morte sopraggiunge entro un periodo che va da un paio di settimane ad un mese.

L’ipotesi che Imane Fadil sia stata avvelenata facendole ingerire, mescolati nel cibo o disciolti in una bevanda, uno o più elementi radioattivi, è quindi valida, e le modalità della sua morte lo confermano.

#FacceCaso

Di Christian Di Carlo

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