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Alessandro di Domizio ha scritto un libro e io c’ho fatto caso in questa intervista

Alessandro di Domizio ha scritto un libro e io c’ho fatto caso in questa intervista

Nuova intervista cari giovany! Oggi mi sono fatto quattro chiacchiere con Alessandro di Domizio autore del libro "Io+Kiara" edito Amazon. Alessandro

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Nuova intervista cari giovany! Oggi mi sono fatto quattro chiacchiere con Alessandro di Domizio autore del libro “Io+Kiara” edito Amazon.

Alessandro di Domizio nasce sotto il segno dei Pesci nell’anno dell’occhio di Orwell (1984). Vive e lavora a Pescara (dove è nato) dopo aver vissuto a Londra, Madrid ed aver girato quasi tutta Italia. Cresciuto praticamente dentro lo studio fotografico del padre, muove i suoi primi passi nella fotografia solo nel 2016. Appassionato di musica fin da piccolo, impara a suonare in maniera autodidatta pianoforte e chitarra. Ha da poco scritto un libro….

Ecco cosa mi ha raccontato

Ciao Alessandro, benvenuto su FacceCaso. Che dire, cimentarsi nella scrittura di un libro focalizzato su una problematica femminile non è banale. Da dove è nata questa scelta?
Quando ho cominciato a scrivere non avei mai pensato di ritrovare i miei pensieri, le mie parole e le mie “distrazioni” fra le mani di qualcun’altro. Ho inziato ad usare la penna per la pura esigenza di poter rallentare i miei pensieri, per riuscire a leggerli mentre rotolavano fuori. Però ad un certo punto mi è venuto naturale mettermi alla prova, lo faccio sempre nella vita. Ho voluto alzare l’asticella di empatia verso tutto ciò che mi circondava, provando ad esplorare strade a me sconosciute. La mia necessità di “sentirmi capito” si era trasformata in un vestito da indossare, questa volta però l’abito l’ho chiesto in prestito. “Raccontare” una donna, per di più adolescente, mi sembrava la sensazione più lontana da tutta la mia comfort zone. A quel punto sono bastate poche pagine per rendermi conto di quanto mi piaccia “provare” a viaggiare dentro le scarpe di qualcun’altro, sotto la pelle di storie che non mi appartengono in quanto “uomo”, ma che mi sono vicine più che mai in quanto “essere umano”. Non ho cercato in nessun modo di emulare la vita di una donna. Diciamo che ho provato ad indossare le loro paure, la loro forza e quella fragilità che le contraddistingue. Il racconto è pieno di quelle sensazioni, cadute comprese.

Com’è cambiata la realtà che descrivi dal 1998 ad oggi?
Adoro questa domanda, perchè sa di macchina del tempo. Io sono nato nel 1984, quindi per me gli anni novanta sono il culmine di qualcosa che non tornerà mai più. Sono quella fotografia che tieni nel cassetto dei ricordi. Quella che ogni tanto vai a guardare e tiri su un sospiro alzando gli occhi al cielo per ricordare. Il passato è un po’ come il futuro, è spesso calpestato dalle nostre paure. Abbiamo paura che qualcosa possa “tornare”, e allo stesso tempo abbiamo il timore che alcuni mostri non ci abbiamo mai abbandonato. La verità che al di là della rivoluzione “social” avvenuta tra le nostre mani, siamo generazioni che rincorrono un sogno e vivono nella totale insicurezza di tutto ciò che potrebbe essere la nostra vita domani. Solo che a differenza di prima, abbiamo dei riferimenti e dei numeri che sono completamente diversi. Negli anni novanta il “termometro” della nostra autostima era la scuola, la piazzetta sotto casa o il bar in centro. Oggi i nostri punti di ancoraggio sono persone e luoghi che non ci appartengono, e questo rende tutto molto più lontano. Tutto molto più colorato e cool, si è vero, ma tutto molto più finto.

Credi che nel 2020 il libro ha ancora lo splendido valore che aveva in passato?
Credo che la nostra “necessità di arrivare su Marte” ci abbia portato a desiderare un futuro tangibile, quasi cinematografico. Tutti noi abbiamo sognato di poter avere il “mondo” in tasca, di volare come Marty McFly sul nostro Hoverboard colorato e di riuscire a leggere un libro regolando la luminosità della storia che conteneva. La verità è che il bello di tutto ciò che non abbiamo crolla a terra nel momento in cui diventa di uso comune. Come per ogni corso e ricorso della storia, alla fine si torna sempre al punto di partenza. I numeri di Amazon raccontano un cambiamento abbastanza positivo: c’è un ritorno alla lettura considerevole e la fascia d’età del lettore medio si sta ampliando sempre di più. Ma la notizia più bella è che c’è un vero e proprio ritorno alla lettura analogica. Sono tornati di moda i libri stampati, i commenti scritti a penna e i pensieri sottolineati dai colori “fluo”. Chissà, magari un giorno torneranno in voga anche i sentimenti.

Sei su FacceCaso, quindi non puoi sfuggire alla nostra domanda DOC: com’è stato il tuo percorso scolastico-universitario?
Per rispondere a questa domanda mi piacerebbe chiamare mia madre e giocarmi l’aiuto da casa. E non tanto perchè non sappia dare la giusta risposta, ma perchè sarebbe bellissimo farvi (e farmi) rivivere un piccolo pezzo di quell’avventura attraverso gli occhi di chi l’ha percorsa con me. No, mia madre non veniva a scuola con me. Però ha ha assistito paziente a tutte le mie disfatte, alla mia bocciatura e ai miei repentini e costanti cambi umorali. Il problema è che io la scuola l’ho frequentata davvero poco, nel senso scolastico. Però, nonostante tutto, porto con me un gran bel ricordo di quei giorni passati tra “ansie nel non aver fatto i compiti d’estate” e la sensazione di non essere mai quello giusto. Dopo le superiori ho io intrapreso un percorso scolastico che mi ha portato ad una laurea nel campo dell’ottica, e ad una specializzazione nella contattologia. Non ho mai amato molto lo studio fine a se stesso, ma adoro imparare tutto ciò che mi incuriosisce.

Che consiglio daresti alla tua Kiara per uscire dalla sua gabbia?
Le darei lo stesso consiglio che regalo costantemente a me stesso, quando mi sento chiuso in quelle giornate che sembrano scure anche se fuori è mattina: “In fondo gli ultimi non sono sempre quelli che arrivano tardi, spesso sono semplicemente quelli che partono dopo, quando smette di piovere”. Questa in realtà una frase del mio libro, anzi per la precisione è la mia quarta di copertina. Penso che a volte per uscire da certe “gabbie” non esista una soluzione rapida, a volte ci vuole il giusto tempo. Sanare alcune ferite richiede pazienza, e il tempo non è mai una “perdita” se viene speso per noi stessi. Molto spesso bisogna imparare ad “arredare” quel piccolo spazio che ci rende prigionieri, non tanto per rimanere li con il sorriso, ma per riuscire ad attendere “il nostro tempo” senza punire noi stessi più di quanto la vita sia già riuscita a fare.

Grazie per la bella chiacchierata Alessandro! Direi che non possiamo lasciarci senza un piccolo spoiler sui progetti futuri legati al libro!
Ci tengo a ringraziare voi, che mi avete concesso questo bellissimo spazio nel quale potermi raccontare. Sono un Self-publisher e sto imparando che ogni opportunità di condivisione è un vero e proprio regalo. Quindi anche se non è il mio compleanno, grazie per aver pensato a me. Per quanto riguarda i miei progetti futuri, posso solo dire ho iniziato a scrivere una nuova storia. Ho preso in prestito un “nuovo vestito”. Non so dove mi porterà, ma di sicuro alla fine del viaggio ne sarà valsa la pena. La mia anticipazione è solo una: non smetterò mai di scrivere, di fare errori e di rimettermi in piedi per farne di nuovi. “In fondo il risultato di una vita non sono le cose che sei riuscito a costruire, ma quelle che non hai perso lungo il viaggio”.

#FacceCaso

Di _Riccardo Zianna_

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