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La trap è maschilista, non maschile. Le donne della trap italiana ci dicono come il genere hip-hop sia diventato più femminile rispetto al passato

La trap è maschilista, non maschile. Le donne della trap italiana ci dicono come il genere hip-hop sia diventato più femminile rispetto al passato

Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. Più o meno nello stesso momento in cui il genere hip-hop si è evoluto in trap, alcuni nomi femminili si

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Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. Più o meno nello stesso momento in cui il genere hip-hop si è evoluto in trap, alcuni nomi femminili si sono affermati sulla scena e hanno scalato le classifiche facendo invidia ai loro colleghi maschietti. #FacceCaso.

“Il rap è un genere musicale che ha due caratteristiche fondamentali: la competizione e l’aggressività e non sono due caratteristiche che ti vengono subito in mente per una donna. Se ci fai caso, infatti, Nicky Minaj e Cardi B, che sono molto esplicite e aggressive, sono una minoranza. Di solito le donne scelgono la forma canzone: prendi ‘Lemonade’, il disco di Beyoncé, per me è sociale e politico come ‘DAMN.’ di Kendrick Lamar, ma è cantato, quindi a volte le donne si trovano più a loro agio con una forma apparentemente è più morbida pur dicendo cose forti e determinate come quelle dei ragazzi”. Così afferma Paola Zukar, manager donna di molti rapper, come Fabri Fibra e Marracash. Possiamo ancora parlare di minoranza quando parliamo di rap o trap al femminile?

Il genere rap, sin dalle sue origini statunitensi negli anni settanta è stato caratterizzato da una presenza quasi esclusivamente maschile. Rifacendosi a quella originale, anche la scena rap italiana ha conosciuto pochi nomi di donne rappers nel corso del suo sviluppo. Qualcuno potrebbe fare il nome di Baby K, considerata una decina di anni fa una rapper degna di questo nome, ma è ormai evidente la sua trasformazione in popstar di tormentoni estivi.

Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. Più o meno nello stesso momento in cui il genere hip-hop si è evoluto in trap, alcuni nomi femminili si sono affermati sulla scena e hanno scalato le classifiche facendo invidia ai loro colleghi maschietti. Priestess, Chadia Rodriguez e M¥SS KETA sono solo alcuni dei nomi di queste artiste. Ultima è ANNA, 16enne di La Spezia che con la sua canzone “Bando” ha raggiunto i primi posti delle classifiche di Spotify.

Queste rappers sono toste, incazzate e senza peli sulla lingua. Con tanto di dissing, come quello tra Beba e Chadia Rodriguez, non hanno nulla da invidiare ad artisti come Sfera Ebbasta o Capoplaza. Anzi, c’è chi le trova più interessanti e soprattutto più brave. I temi che affrontano sono quelli tipici del genere a cui appartengono: la musica Trap.

Parlano di soldi, droga, brand di lusso, capi firmati e abitudini sfrenate. Raccontano un contesto e uno stile di vita. Rappresentano la società in cui viviamo e, in particolare, una generazione che si sta facendo spazio in essa. Dietro l’apparenza dei look eccentrici e firmati, delle rime che descrivono situazioni legate alle serate, al successo e ai social network possiamo leggere il loro essere ragazze e donne in un mondo in cui il consumo, l’apparenza e il fare soldi sono principi da cui nessuno riesce a prescindere.

A chi le critica per il loro atteggiamento audace e volgare, oppure per le frasi e gli outfit provocatori e provocanti, possiamo rispondere che nel rap, come è sempre stato, non bisogna essere politicamente corretti o educativi per chi ascolta, né musicalmente impeccabili. Bisogna avere qualcosa da dire, e bisogna dirlo bene, in modo originale e spregiudicato.

Quindi ascoltiamo con curiosità e liberi/e da pregiudizi per capire l’ambiente che queste donne vogliono descrivere. Ovviamente le prime donne rappers che si sono fatte notare sono nate negli Stati Uniti, dove tutto è cominciato. Nicki Minaj e Cardi B non hanno bisogno di presentazioni. Tanto è vero che le nostre artiste si rifanno in gran parte alle queen del rap americano.

Inoltre, è giusto affermare che anche prima dell’avvento della musica trap, nomi femminili nella scena rap mondiali ce ne sono stati come Lauryn Hill o Missy Elliot. Tuttavia, il rap classico era profondamente maschile perché descriveva un mondo, quello delle gang, della criminalità, della periferia, e del degrado, in cui gli uomini erano protagonisti, con un linguaggio che rimandava a questioni di cui si occupavano solo loro, come torti tra bande o madri da riscattare dalla povertà.

La musica trap si è sviluppata in contesto diverso. Non importa da dove vieni, importa se hai stile, se ti sei arricchito, se fai una vita spericolata per dirla alla Vasco, quanto sei provocatorio nel tuo look come nelle rime. Nell’ambiente trap ci si veste firmati, uomini e donne si mettono lo smalto e si tingono i capelli, le identità di genere si confondono. Sono tutti più femminili, artisti e artiste, immersi/e in un mondo di libertà di espressione e provocazione in cui vince il più estremo. L’importante è farsi notare.

Ovviamente ci sono delle continuità con il rap classico. L’attaccamento ai temi del successo e all’ostentazione della ricchezza c’è sempre stato, ma nel primo era un modo per far capire quanta strada si era stata fatta dalla periferia. Anche il tema della droga esprimeva più chiaramente una situazione di degrado, mentre oggi entrambi questi discorsi descrivono semplicemente un modo edonistico e al massimo di vivere. Quasi una descrizione decadente di questa società, che si sballa, vive senza pensare al futuro e senza particolari valori da seguire, finendo per autodistruggersi.

Sarà stata l’apertura del genere rap ad una femminilità o meglio ad una fluidità di genere in direzione di un’abdicazione verso l’apparenza e la vita sfrenata, che ha favorito l’ingresso di queste donne nell’industria musicale? Prendiamo come esempio il videoclip “Le ragazze di Porta Venezia – The Manifesto” di M¥SS KETA, remix del 19 ottobre 2019 di un video uscito quattro anni prima, parte del progetto Motel Forlanini di Simone Rovellini. In entrambi i video, quello vecchio e quello nuovo, si parla di libertà di espressione contro i luoghi comuni, i perbenismi e gli stereotipi.

 

 

Un manifesto artistico della M¥SS e delle sue amiche/colleghe che vogliono affermare principi come l’inclusione e la diversità. Una cultura queer, che rispetti le soggettività di ognuna/o. Quasi sembra di rivedere lo spirito socio-politico di denuncia sociale e contestazione che ha sempre caratterizzato la musica rap. E le ragazze non sono le sole. È della stessa scuola Achille Lauro, che con le sue performance a Sanremo e look iconici alla Renato Zero e David Bowie, ha voluto parlare di un tipo di rap che si dissocia dai diktat maschilisti e di binarismo di genere, per avvicinarsi ad uno in cui si parli di forme di fluidità e libertà di espressione. Lui stesso afferma “Allora sono una femmina […] sono diventato una signorina.”

 

 

Se quindi la musica trap è maschilista, come spesso è stato accusata (notiamo come si è parlato delle canzoni di Junior Cally a Sanremo), si parla troppo poco di come questo genere sia costellato di presenze femminili che stanno dicendo la loro su molte cose. È chiaro, non possiamo parlare di femminismo, né di chiara contestazione o proposta di nuovi valori sociali, sopratutto perché non basta essere donna per essere femminista.

È utile ricordare che i loro discorsi non parlano di emancipazione e spesso usano lo stesso linguaggio rappresentazioni maschiliste dei loro colleghi. In ogni caso, qualcosa sta accadendo nel mondo rap, anche se forse più in un senso di libertà di espressione e fluidità di genere. Quindi, ascoltiamo Priestess, Chadia Rodriguez, M¥SS KETA, Beba, Leslie, FishBall, Madame, COMAGATTE, DORIS, L0000LITA etc. e vediamo cosa succederà.

#FacceCaso.

Di Francesca B. Felici

 

COMMENTS

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    Flavia Carino 3 mesi

    Articolo giustamente non vuole moralizzare ciò che oramai, è vero, non si fonda più su valori ma su una semplice volontá di essere, scevra di qualsiasi fine messianico. Brillanti i parallelismi fra mondo del rap e della trap.
    Brava Francesca

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