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“Fuckup Nights”, ovvero nuova apologia dell’insuccesso

“Fuckup Nights”, ovvero nuova apologia dell’insuccesso

Le “Fuckup Nights”, queste sconosciute (è proprio il caso di dirlo), sembra che in realtà stiano facendo il giro del pianeta, diventando ormai evento

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Le “Fuckup Nights”, queste sconosciute (è proprio il caso di dirlo), sembra che in realtà stiano facendo il giro del pianeta, diventando ormai evento di fama mondiale; come? La risposta è sotto ai tuoi occhi: il sapore della sconfitta non è mai stato così dolce.

Di Carolina Saputo

“Success in not final, failure is not fatal”. Sembra che gli ideatori del progetto che prende il nome di “Fuckup Nights” abbiano preso alla lettera questa frase di Wiston Churchill, ridisegnando completamento il concetto che si ha di fallimento. Ma veniamo agli esordi. Tutto ha inizio nel 2012, sulla terrazza di un bar di Città del Messico: 4 amici, qualche cocktail e il racconto di un progetto andato male; a quel punto per uno di loro, Julio, si accende una lampadina: perché non creare un evento totalmente incentrato sul fallimento?

Da quel momento in poi le “Fuckup Nights” (forse sarebbe il caso di chiamarle anti TED) diventano un movimento di fama mondiale, che si inserisce prepotentemente nella cultura di 144 città per un totale di 53 paesi e 200mila partecipanti. Incredibile ma vero, insieme a questo movimento nasce qualcosa di davvero autorevole come il Failure Institute, un reale istituto di ricerca (sul fallimento si intende) in tutto il suo splendore, con tanto di studi accademici al seguito; ultimamente è persino in fase di sviluppo una ricerca sul motivo dell’insuccesso di Startup che riguardano il mondo del Tech e delle imprese sociali.

L’arrivo in Italia delle “Fuckup” (o FUN) risale al 2015 e la sede principale si trova all’ Impact Hub di via Paolo Sarpi; a coordinarle è Montserrat Fernandez Bianco, una ragazza con un forte temperamento che crede realmente nella crescita di questo progetto e nel futuro ripensamento del concetto di sconfitta. Il sentimento di paura ci trattiene dal realizzare progetti forse destinati al fallimento, ma è pur vero che un po’ di follia e una diversa concezione della disfatta possono farci accettare i rischi correlati alla sete di gloria e potere, o no?

Di Carolina Saputo

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