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Il flop universitario del 3+2

Magari hai già preso il 3 e punti al 2, ma qualcuno giura che sia “una bufala” e che il sistema universitario è pronto a rimpiazzare questo pacchetto

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Magari hai già preso il 3 e punti al 2, ma qualcuno giura che sia “una bufala” e che il sistema universitario è pronto a rimpiazzare questo pacchetto con dei corsi specializzati.

Di Irene Tinero

Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Giovanni Agnelli dal 2008, giura che oramai tra laureati di primo livello e diplomati non c’è più alcuna differenza: “La prospettiva di una laurea triennale come c’è negli altri Paesi è fallita. I laureati non ottengono lavori ben retribuiti ne troppo gratificanti. Insomma, sono come i diplomati di una volta”.

Diplomati “antichi” per giunta.

Eppure Andrea ha deciso di prendersi addirittura due lauree, di cui una persino in Inghilterra, presso la London School of Economics: sicuramente tempi diversi, ma a qualcosa servirà sempre studiare.

La F.G.A non è nuova alla bocciatura del sistema scolastico/universitario: in una pagina del loro sito, datata 2014, si legge che “la lunga rincorsa della scuola italiana (…) è incompiuta” .

Questa posizione così drastica della fondazione torinese trova, in parte, conferma nei

dati raccolti tra il 2000 e il 2004: con il nuovo millennio si aprono le danze al binomio “triennale/specialistica”, che registra il suo apice tra 2003-2004.

Poi decadenza totale. Nessuno più investe nella formazione.

Ci spiega il perché Luigi Serra, vicepresidente Luiss e presidente dei sistemi informativi di Confindustria (un fedelissimo di Emma Marcegaglia): “La cosa peggiore del 3+2 è che il biennio non specializza come dovrebbe e replica quanto si è appreso nel tempo precedente”. A tal proposito il signor Serra ha girato per le scuole italiane con le conferenze “Studiare conviene?”.

Tutto questo è molto curioso e sarebbe ancora più curioso sapere se, al momento dell’immatricolazione alla Luiss (solitamente accompagnata da una sacca del sangue dell’acquirente), il vicepresidente o la stessa Marcegaglia informino gli studenti che anche studiare, impegnarsi non serve più a nulla.

Siccome il 17% abbandona prematuramente, tra i 30 e i 34 anni solo il 22% trova un lavoro confacente i propri studi e la disoccupazione giovanile è salita al 42%, hanno creato, riscuotendo un gran seguito, dei “canali alternativi”:

abbiamo assistito al proliferare di corsi estremamente settoriali che vogliono essere una corsia preferenziale per il mondo del lavoro. A tutto questo le università rispondono con dei corsi professionalizzati in cui lanciarsi durante il percorso universitario prescelto.

Qualcuno li ha definiti una “toppa”, mentre il rettore dell’università di Bari, Antonio Uricchio, ha parlato di “canali di possibile attrazione”: nello specifico loro propongono bioingegneria e corsi di medicina tradizionale, vista l’odierna centralità del binomio food/salute. A Rimini si parla addirittura di un corso di wellness.

In Italia ci sono 90 università, in linea con la media europea. Eppure Francesco Ubertini, rettore dell’università di Bologna, afferma che “i doppioni non vanno bene”. Tuttavia non possiamo differenziare i corsi di medicina e giurisprudenza, in qualsiasi parte del Paese hanno tutti il diritto al medesimo livello di insegnamento.

Nella prossima legge di stabilità sono previsti incentivi per favorire gli accordi tra aziende ed univerisità: le prime usufruiranno di sconti contributivi per chi faciliterà stage ed assunzioni, le seconde guadagneranno punti di merito nella competizione tra gli atenei.

Speriamo che tutto questo dia inizio ad una stagione di tirocini seri (perché diciamocelo, i nostri non sono degni di essere definiti tali) e che non vanifichi il famoso 3+2, in cui abbiamo investito un po’ tutti.

Di Irene Tinero

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