L’Amicizia ai tempi dell’Isis

L’Amicizia ai tempi dell’Isis

L'ennesimo attacco di dubbia rivendicazione è andato in onda venerdì 1 luglio, in un rinomato locale della città di Dacca, capitale del Bangladesh. Si

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L’ennesimo attacco di dubbia rivendicazione è andato in onda venerdì 1 luglio, in un rinomato locale della città di Dacca, capitale del Bangladesh.

Si chiama Faraaz Hossain l’altra faccia dell’Islam.
Sono mesi, anni ormai che assistiamo inermi davanti a continui attentati, sentiamo notizie di famiglie e vite spezzate prematuramente: davanti un fenomeno simile credo che il migliore approccio sia quello di mantenere sempre una visione globale della questione. In parole più semplici, non cediamo all’idea “tutta un’erba, un fascio”.

Faraaz aveva vent’anni, si era laureato in Economia ad inizio anno e in autunno doveva iscriversi ad un Master: bengalese, originario di Dacca, mussulmano. Un curriculum di due righe rivela quanto ancora avrebbe potuto fare.
Frequentava il college americano Emory University, come Abina Kabir (18): venerdì sera i due amici, insieme a Tarishi Jain (19), avevano deciso di incontrarsi all’Holey Artisan Bakery, in centro città.

I sette jihadisti fanno irruzione e urlano ai presenti di recitare parti del Corano a memoria: il metro di giudizio per avere salva la vita.
A delle donne con il velo e Faraaz è offerta la possibilità di uscire: il ragazzo conosce il libro sacro e poi non è tra gli stranieri, gli “infedeli”, obbiettivi caldi dell’azione.
È qui che il giovane fa notare che con lui ci sono anche le sue due amiche, che non possono salvarsi perché indiane e troppo occidentali.

Così ha perso la vita Faraaz Hossain, un eroe: non è mia abitudine utilizzare appellativi simili, di cui sono molto avara, ma come altro definire un ragazzo con tutta la vita davanti, che può salvarsi, ma sceglie di rimanere accanto alle sue amiche? Questo è diventata l’amicizia nel 2016?

Se Faraaz, Abina e Tarishi avevano un kalashnikov puntato contro, dalla parte del grilletto c’erano: Akash, Badhan, Bikashi, Don, Ripon, Nibras e Rohan.
Terroristi, 20 anni, frequentatori delle migliori scuole LAICHE del Paese, tutti bengalesi, di ottima famiglia, figli di alti funzionari, medici, docenti: Rohan Ibni ha il padre in politica.

Tra questi 10 ragazzi sono tante le cose in comune: il 36% della popolazione bengalese vive in condizioni di estrema povertà, non tutti possono permettersi di frequentare la scuola, figuriamoci la “Scholastica”, istituto di provenienza della maggior parte degli attentatori, da oltre 3 mila dollari l’anno, o i college americani in cui andavano i tre amici.
Erano tutti decisamente più fortunati della media e lo stesso si dica per le vittime italiane, quasi tutte attive nell’industria tessile.

Vi chiedo il terribile sforzo di immaginare i due poli estremi di quel fucile: quei due ragazzi hanno fatto gli stessi album di figurine, cantato gli stessi tormentoni, forse tifavano la stessa squadra, hanno sofferto entrambi di stress pre-esame: poi un giorno è arrivata l’Isis, “una moda” come l’ha definita il ministro dell’interno, Asaduzzaman Khan, che non crede nella rivendicazione.
La storia si ripete, come ad Orlando, non abbiamo più neanche il diritto di sapere chi uccide queste persone: in Bangladesh l’indecisione vacilla tra Stato Islamico, Al Qaeda e Jbm, gruppo jihadista bandito dal Paese, a cui erano affiliati gli assassini.

Una volta qualcuno ha definito questa nuova forma di terrorismo come “una guerra tra la Vita e la Morte” e c’è chi scorge nella storia di Faraaz una vittoria sull’Isis.
Da ventenne non posso che sentire dell’amaro in bocca e credo che il solo modo per non rendere vane delle gesta simili sia quello di non cadere nella trappola dell’odio: se la sera un tuo coetaneo chiede aiuto ad Allah e non a Dio, non significa che domani impugnerà un fucile per ucciderti.

Di Irene Tinero

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