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Photovoice: “Dallo scatto fotografico all’azione sociale”

Photovoice: “Dallo scatto fotografico all’azione sociale”

Raccontare il proprio paese, la propria scuola, la propria realtà attraverso una fotografia. Photovoice è questo e molto di più. Tutto, rivolto ai gio

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Raccontare il proprio paese, la propria scuola, la propria realtà attraverso una fotografia. Photovoice è questo e molto di più. Tutto, rivolto ai giovani.

Sai cos’è il Photovoice? Ecco, FacceCaso!

Cesare Pavese scrisse: “Un paese ci vuole, non fosse altro che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”

Ma come lo sognano i ragazzi quel paese? Il loro paese, il loro quartiere, la loro scuola?

La Psicologia di Comunità ci offre un intervento che può aiutare a rispondere a questa domanda integrando le forme di rappresentanza ufficiali con la partecipazione attiva dei giovani e rispondendo all’urgenza, non sempre delegabile a portavoce, di testimoniare e agire per un progetto comune.
Si tratta, come dicevo, del Photovoice,

una tecnica che si propone come sintesi tra il linguaggio fotografico e il principio dell’empowerment: un nuovo modo di concepire il rapporto con il potere dando voce alle persone spesso escluse dai processi decisionali, una prospettiva innovativa che permettere alla comunità di appropriarsi consapevolmente del suo potenziale lavorando sulle risorse latenti.

“Quello che gli esperti o i politici pensano sia importante potrebbe non esserlo per le persone comuni”.

Con queste parole C. Wang, fondatrice del Photovoice, mette in luce l’importanza di partire dalla percezione della realtà così come viene vissuta all’interno di una comunità e costruire da lì un dibattito comune. Questo approccio permette di delineare un punto di vista unitario che verrà poi portato all’attenzione dei responsabili politici al fine di promuovere un cambiamento sociale.
L’uso della fotografia come mezzo espressivo della comunità, diventa dunque strumento fondamentale per catturare la realtà dal punto di vista di chi la vive. Sono i partecipanti stessi, guidati dall’operatore, ad occuparsi di fotografare, produrre e infine selezionare le immagini che sentono rappresentative della loro comunità.

Le fasi del progetto

Il progetto consta di tre fasi:

  1. Incontri preparatori dedicati alla presentazione della metodologia, dei suoi obiettivi e all’introduzione alla fotografia documentaristica. Durante questi incontri verrà scelto il tema del compito fotografico affiancato da domande guida che richiederanno di catturare un aspetto positivo, uno negativo e infine uno propositivo della realtà vista dai partecipanti.
  2. Attività fotografica in cui i partecipanti consegneranno le foto scattate. Ogni persona racconterà al gruppo il significato delle immagini e l’operatore partirà da questi spunti per la riflessione critica di gruppo. Inizia così l’analisi che, attraverso il dialogo, premette di individuare gli aspetti che sono sentiti da tutti come i più rilevanti finalizzati a una proposta di azione sociale. (Si consiglia di utilizzare il metodo SHOWeD come domande guida per la discussione).
  3. Individuare l’azione sociale e organizzare l’evento finale. L’ultima fase del progetto consiste nel raccogliere le proposte di cambiamento emerse durante il percorso, tradurle in termini di realizzabilità e infine proporle a responsabili politici. La modalità di presentazione del lavoro è scelta autonomamente dal gruppo, può trattarsi di un video con foto e narrazione o di una mostra fotografica che esponga le immagini con le relative didascalie.

L’efficacia del progetto è legata soprattutto al grado di coinvolgimento e partecipazione delle persone della comunità: il 90% dei programmi Photovoice con alto punteggio di partecipazione si è concluso con un’azione sociale sul territorio (Santinello, Vieno).

Nonostante tramutare le riflessioni comuni in concreta azione sociale possa risultare difficile da realizzare, il Photovoice, in quanto tecnica flessibile, rimane un progetto utilizzabile in contesti e comunità diverse, con persone di tutte le età ed estrazione sociale permettendo agli operatori di veicolare le potenzialità della comunità in molteplici situazioni.

#FacceCaso

Di Anita Napodano

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