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Antropozoologie – Studio verosimile di una realtà grottesta: quattro chiacchiere con Biagio Iacovelli

Antropozoologie – Studio verosimile di una realtà grottesta: quattro chiacchiere con Biagio Iacovelli

Un viaggio distopico alla scoperta di universi futuristici e atmosfere oniriche. Nove racconti, un filo rosso che lega i loro protagonisti e che accom

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Un viaggio distopico alla scoperta di universi futuristici e atmosfere oniriche. Nove racconti, un filo rosso che lega i loro protagonisti e che accompagna il lettore alla scoperta dell’animo umano e delle sue fragilità. Tutto questo è Antropozoologie raccontato da Biagio Iacovelli.

Biagio Iacovelli, classe ’92, oltre ad essere un neo-papà meraviglioso è un attore diplomato all’Accademia Internazionale di recitazione Sofia Amendola. Fin qui tutto bene, chi lo conosce lo sa. Ma come si diventa scrittori? Cosa spinge un attore del tuo calibro a cimentarsi nell’universo della narrazione? Per farla breve, da dove nasce l’esigenza di mettere nero su bianco Antropozoologie, come hai vissuto il tuo esordio editoriale?

 Ecco, come si diventa scrittori non saprei dirlo. Non so neanche se io lo sia, effettivamente. A parte gli scherzi, credo che ci siano enormi affinità tra il mondo della scrittura e quello della recitazione. Per quel che mi riguarda, ho iniziato a fare l’attore per un’esigenza interna, molto forte e pressante, di raccontare, di comunicare con le persone, di entrare in contatto con loro con un linguaggio slegato dalle sovrastrutture che normalmente limitano il nostro modo di comunicare. E quando ho iniziato a scrivere, la spinta è venuta esattamente dalla stessa esigenza. Cambiava, si, il tipo di linguaggio, la forma della comunicazione, ma la spinta interna è sempre la stessa. Antropozoologie era nato come un discorso con me stesso, ho scritto i primi racconti per rendere chiari a me stesso alcuni miei pensieri. Poi quella spinta ha fatto si che sentissi la necessità di condividere con altri questi miei pensieri. E da lì è nato Antropozoologie.

 

Ho avuto la fortuna di prendere parte alla presentazione del tuo libro che ha avuto luogo nel salotto di Sinestetica, il primo febbraio. Da spettatrice, ti garantisco che vedere le tue parole prendere vita grazie alle performance di Miriam Messina e Matteo Cecchi è stato molto suggestivo. Le immagini di Eleonora Iacovelli e le note dei Liliac Will hanno contribuito a catapultarci nel tuo piccolo grande universo distopico. Raccontaci un po’ dell’evento dal tuo punto di vista. Sei soddisfatto di come si è svolta la presentazione della tua prima opera?

È stata per me un’esperienza molto emozionante. Quando sali su un palco e indossi la maschera di un personaggio, sei, in qualche modo, corazzato dalla sua personalità, protetto da qualsiasi sguardo che possa carpire troppo di te, del vero te. Ecco, presentare il mio libro è stato esattamente l’opposto: non solo ero io dinanzi a tutti, ma una parte molto intima di me, i miei pensieri più nascosti, quelli che fanno parte del mio cantuccio nascosto a sguardi indiscreti. Sentire e vedere tutto ciò che in questi anni mi frullava dentro, recitato magistralmente da Miriam e Matteo, con le atmosfere suggestive dei Lilac Will e contornato dalle immagini che Eleonora ha estrapolato dai miei racconti, ha reso davvero tutto magico. È stato difficile non commuoversi e mantenere una dignità. È stata una serata che mi ha reso senza dubbio felice.

 

Associare ad ogni racconto un’immagine è stato un rischio che avete avuto il coraggio di assumere, ha sottolineato tua cugina Eleonora durante la presentazione. Immagino che trovare un equilibrio per non svelare troppo del racconto e allo stesso tempo non privare il lettore del beneficio di immaginare non sia stato affatto facile. Puoi spiegarci l’importanza delle immagini in Antropozoologie? Com’è stato collaborare con Ele e soprattutto qual è la tavola che preferisci e perché?

Senza dubbio. Il lavoro fatto con Eleonora è stato splendido. Lei si è resa dal primo istante disponibilissima e aperta all’ascolto. Ha cercato di comprendere sempre quello che c’era dentro la mia immaginazione, senza, però, perdere mai la sua creatività personale e il suo stile. Per me le immagini sono fondamentali: ogni racconto, qualsiasi cosa scrivo o penso, nasce prima di tutto sotto forma di immagine. Il brain storming incessante che abbiamo fatto con Ele ha portato alla creazione, da parte sua, di tavole che, a mio parere, sono magnifiche. La mia tavola preferita è quella del racconto Titan Arum, perché con una semplicità disarmante, Eleonora è riuscita a raccontare quella storia senza svelare, allo stesso tempo nulla: è come se a lei fosse bastata una sola parola per racchiudere tutte le parole che ho scritto.

 

“I ricordi ci uccidono. Senza memoria, saremmo immortali”, diceva Gesualdo Bufalino. Mi sono chiesta più volte perché in “Il botanico” il Signor Umano non sia andato con il Dr. Shultz a vedere gli uccelli. Bufalino aveva ragione?

No, io credo sia esattamente l’opposto. Credo siano proprio i ricordi a renderci immortali. Ed è esattamente il motivo per cui, nella storia, l’uomo non va con il Dr. Shultz: se andasse via anche lui, non resterebbe più nessuno a ricordare e, di conseguenza, l’ultimo barlume di umanità andrebbe via con lui. Il punto non è tanto che lui voglia tornare a vedere gli uccelli volare, ma quanto più il fatto che lui ne ricordi ancora l’immagine. E’ un racconto molto personale, legato strettamente all’idea del ricordo: avevo bisogno anche io di far vivere il “Signor Umano” in un qualche luogo.

 

“Il canovaccio” è forse uno dei racconti più autobiografici che troviamo in Antropozoologie. Senza svelare troppi dettagli ti faccio una sola domanda al riguardo: quando sei diventato un essere umano consapevole?

No, no, consapevole non è la parola con cui mi definirei. Però si, il Canovaccio è senza dubbio un racconto che porta con sè svariati cenni autobiografici o, comunque, strettamente legati alla mia vita. Io direi che quello che ho cercato di trasporre dentro al racconto della mia personalità, sia l’importanza di non dare nulla per scontato, dalle piccole verità fino alle grandi domande della vita. Ecco, da sempre, non mi sono mai accontentato di ricevere Verità: quando ci mettono nelle condizioni di dare per assodato qualcosa, qualsiasi cosa, è lì che generalmente rizzo le antenne. Io credo che per ognuno di noi esiste una personale Verità, che molto spesso non coincide con quella canonica, ma che allo stesso tempo non per forza è sbagliata. Tra parentesi è il tema centrale del mio prossimo lavoro, che ho appena finito di scrivere (piccolo spoiler).

 

Come sai FacceCaso apre una finestra sul mondo della scuola e dell’università e su tutti i progetti dei ragazzi che hanno voglia di cambiare le cose. In un’epoca in cui l’avanzamento tecnologico sta inevitabilmente cambiando il mondo del lavoro e sempre più giovani, in tempo di crisi, stanno sacrificando le proprie passioni e i propri interessi per assicurarsi un “posto nel mondo dei grandi” che consiglio ti senti di dare a chi, proprio come te, trova il coraggio di inseguire i propri sogni e praticare l’arte, in tutte le sue forme?

Io credo che nel mondo in cui siamo arrivati a vivere, che ci costringe a correre di continuo, per poter guadagnare sempre più soldi, perché le cose da comprare sono sempre di più, perché bisogna lavorare lavorare lavorare per poter sopravvivere, fermarsi a vivere l’arte sia, in un certo modo, un atto rivoluzionario. E credo sempre più fermamente che questo mondo abbia un bisogno disperato di rivoluzioni. Di quelle della mente. Quindi il mio consiglio è: sì, si può fare! Non lasciate che nessuno vi dica che per essere QUALCUNO, dobbiate essere il qualcosa che vi dicono di essere.

#FacceCaso.

Di Francesca Romana Veriani 

 

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