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Challenge e altre stranezze, i social al tempo del Coronavirus

Challenge e altre stranezze, i social al tempo del Coronavirus

In queste settimane di Coronavirus i profili social di ciascuno di noi sono stracolmi di challenge e altri contenuti strambi. Vediamo quelli più diffu

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In queste settimane di Coronavirus i profili social di ciascuno di noi sono stracolmi di challenge e altri contenuti strambi. Vediamo quelli più diffusi.

In principio furon le challenge e poi…il delirio. Uno degli inevitabili effetti collaterali generati dalla quarantena è stata senza dubbio la sovrapproduzione di contenuti bruttini da parte degli utenti social, che spinti forse dalla noia, non hanno perso l’occasione di mettere in ridicolo se stessi e non solo.

Si è partiti con la #drunkchallenge e la #babychallenge (o #kidchallenge, vedete voi come preferite chiamare sta cacata). Nella prima lo sfidato (o sfigato visto che è stato coinvolto in tutto ciò) deve condividere nelle sue stories una foto da ubriaco; nella seconda un’immagine di quando era piccolo.

Ma chi è che ha il coraggio di mostrarsi privo di denti da latte o, mal che vada, privo di decenza? A quanto pare tante persone; tante persone che magari non avevano nient’altro di meglio da fare o che forse non volevano deludere l’amichetto che li aveva taggati rendendo il loro profilo un pochino più cliccato, almeno #finoadomani.

Ah a proposito, quest’ultimo è l’hashtag che ha accompagnato quelle centinaia di migliaia di smorfie di gente che neanche ricordavate di conoscere ma che ci ha tenuto comunque ad intasare la home di Instagram di ciascuno di noi per 24 ore con delle foto imbarazzanti (contenti voi…).

Veniamo adesso alle stories della serie “lo hai fatto almeno una volta da/in/su (e tutte le preposizioni semplici possibili e immaginabili)”, in cui ogni spunta alle voci della lista è una potenziale macchia sulla fedina penale o sulla propria dignità e a quelle del tipo “fai un meme su di me”, che in fondo è un po’ come sparare alla croce rossa.

Entrambe rappresentano un modo per farsi conoscere agli altri facendo leva sull’autoironia e perciò alla fine della fiera non sono neanche da buttare. Così come non sono da buttare gli “emoji-game”, dei rebus virtuali studiati (si fa per dire) per mettere alla prova le conoscenze e le abilità dell’utente.

In fin dei conti ci teniamo tutto, perché in questo periodo le persone hanno bisogno di svago e se lo trovano in delle foto con la lingua di fuori e gli occhi sbarrati tanto meglio per loro. D’altro canto se abbiamo sopportato “Gino” e “Ugo”, vuol dire che ormai non c’è più challenge o “changelletta” che tenga, siamo pronti a tutto.

#FacceCaso

Di Gabriele Scaglione

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