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Singapore e Università: qui si fa sul serio e con metodi rigidi si è tornati in presenza

Singapore e Università: qui si fa sul serio e con metodi rigidi si è tornati in presenza

Nella città-stato di Singapore le università non hanno mai chiuso. Con regole rigide e un sistema efficiente di tracciamento sono a 0 i contagi nei ca

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Nella città-stato di Singapore le università non hanno mai chiuso. Con regole rigide e un sistema efficiente di tracciamento sono a 0 i contagi nei campus.

Singapore. Oltre 5 milioni e mezzo di abitanti per una città-stato insulare con una densità abitativa di 7.681 abitanti per km² (la seconda più alta la mondo dopo il Principato di Monaco). Quarto centro finanziario mondiale per importanza, che accoglie viaggiatori, uomini d’affari, turisti, lavoratori e anche studenti da tutto il globo. Il 42% dei residenti è lì per lavoro o studio. Nessuno di loro però si è visto privato della possibilità di andare in ufficio o all’università, perché sono rimasti aperti. Nonostante la pandemia abbia prodotto 58 mila casi di Covid-19 (il 10% della popolazione), ci sono stati solo 29 morti. E il numero di contagi registrati nei campus è pari a zero.

Magia? No, semplice buon senso. Unito a un sistema organizzativo rigido ed efficace, con regole ferree e punizioni dure per chi non le rispetta. In questo modo i tre istituti singaporiani hanno continuato ad ospitare le persone nei dormitori, a svolgere le lezioni in presenza e impedire, al contempo, che le aule e gli ambienti frequentati diventassero focolai.

Singapore o Alcatraz?

Caso unico al mondo. Focalizzando l’attenzione solo sugli ambienti universitari, nessun altro paese avanzato e democratico (specificazione d’obbligo, perché nei regimi dittatoriali forse si possono trovare numeri migliori, ma la trasparenza dei dati è tutt’altro che attendibile) è riuscito ad essere così efficiente. Lì, invece, il governo, coordinandosi con i rettori, ha elaborato una strategia basata su confinamento, decongestione e tracciamento tramite un’app, obbligatoria per tutti. Su essa erano caricati i dati riguardo lo stato di salute della persona. E senza un riscontro dall’applicazione, non solo non si poteva andare a lezione, ma nemmeno lasciare il proprio alloggio.

Eccessivo? Per qualcuno sì. Gli stessi studenti, benché l’ambiente fosse già prima del coronavirus decisamente meno avvezzo alla movida in stile college americano, dopo nemmeno dieci giorni hanno manifestato forti disagi e lamentele. Molti giovani provenienti dall’estero hanno raccontato le difficoltà di adattamento a disposizioni così inflessibili. In effetti, le regole sembrano più quelle di una prigione che di un luogo di cultura. Non sono mancate le petizioni per allentare alcune misure. Qualcuna, gradualmente, è stata anche accontentata. Ma sempre in subordine alla disposizione principale di evitare a tutti i costi gli assembramenti.

La capienza delle aule, infatti, è stata ridotta ai tre quinti. Qualcuno quindi ha svolto anche la didattica a distanza. Ma non come unico metodo di frequenza ai corsi. Nelle aree delle cittadelle universitarie sono i rettori stessi a monitorare costantemente l’afflusso e la presenza delle persone . Ed è loro la responsabilità di far intervenire o meno la sorveglianza per disperdere i raggruppamenti. Le sanzioni per chi sgarra sono severissime. Gli stranieri rischiano finanche l’espulsione e la revoca del visto. Ma i casi di gravi violazione sono stati fin ora molto pochi.

Sulla base di questi protocolli, ciascuna delle università ha poi gestito autonomamente la messa in atto di varie misure pratiche. La Singapore Management University e l’Università tecnologica di Nanyang, ad esempio, hanno anche fornito tamponi gratuiti agli studenti, replicando, di fatto, la stessa azione che già il governo garantiva a tutta la popolazione.

#FacceCaso

Di Tommaso Fefé

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