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In 160 per firmare la petizione per boicottare le università israeliane

In 160 per firmare la petizione per boicottare le università israeliane

In più di 50 università italiane si decide di interrompere i rapporti accademici con quelle israeliane accusate di favorire l’occupazione militare ai

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In più di 50 università italiane si decide di interrompere i rapporti accademici con quelle israeliane accusate di favorire l’occupazione militare ai danni dei popoli palestinesi.

Gli accademici italiani, provenienti da più di 50 università, hanno deciso di rispondere all’appello lanciato da quelli palestinesi: aderire al movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), a danno delle collaborazioni tra università italiane e quelle israeliane. Il motivo dell’adesione di più di 160 italiani a questo movimento è il desiderio di interrompere le collaborazioni con le università israeliane che si occupano specialmente dello sviluppo di tecnologie militari e boicottare così “la violenza di stato israeliana, a danno dei profughi palestinesi, dell’occupazione militare durata ormai 50 anni e della pulizia etnica della popolazione indigena palestinese”. La campagna di boicottaggio è indirizzata in special modo all’istituto israeliano Technion di Haifa, con il quale collaborano i politecnici di Milano e Torino e le università di Roma, Firenze, Perugia e Cagliari. L’università israeliana è accusata di essere “direttamente complice delle violazioni di diritto internazionale e dei diritti dei palestinesi”, in particolare per aver sviluppato le funzioni di controllo remoto sul Caterpillar D9, che si occupa di demolire le case dei palestinesi a Gaza, e per aver creato un dispositivo in grado di scovare tunnel sotterranei, appositamente ideato per facilitare l’occupazione dell’area.

Gli accademici di tutto il mondo segnalano un crescente fenomeno di colonizzazione a danno dei palestinesi e si uniscono boicottando le collaborazione accademiche al fine di sensibilizzare l’attenzione internazionale. Domenico Losurdo, docente di filosofia all’università di Perugia, accusa il governo di Netanyahu di essere la principale causa di ritardare la soluzione “due stati, due popoli”, e incita l’opinione pubblica internazionale a denunciare quanto sta avvenendo in Israele, in quanto “non si tratta di aiutare solamente i palestinesi, ma di aiutare anche Israele: gli israeliani che si oppongono a queste politiche e denunciano il processo di colonizzazione, vengono intimiditi e minacciati con gravi misure a livello legislativo”. All’accusa di antisemitismo e di favorire azioni anti israeliane che gli israeliani attribuiscono a chi aderisce a tali iniziative di boicottaggio, Losurdo risponde: “Noi vediamo i palestinesi espropriati, in migliaia che aspettano la demolizione delle loro abitazioni, le loro terre sono colonizzate, sono sottoposti ad un regime di occupazione militare: e le vittime del pregiudizio razziale, sarebbero gli israeliani piuttosto che i palestinesi?”

Queste accuse provengono tanto dagli istituti israeliani, dalle associazioni di accademici di origine ebraica, dalla leadership israeliana, quanto da sostenitori stessi della causa palestinese, quale l’illustre professore emerito del MIT di Boston, Noam Chomsky, il quale commenta: “Se si decide di boicottare l’università di Tel Aviv per le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, allora bisognerebbe boicottare anche l’università Harvard per le più gravi violazioni che gli USA compiono in giro per il mondo.” E su questa posizione si ferma anche l’ex rettore palestinese dell’università di Gerusalemme, il quale ritrova nell’università e nel mondo accademico, la maggioranza delle posizioni progressiste per la pace e proprio per questo, sarebbero l’ultimo settore da punire. In realtà, spiega Giorgio Forti, firmatario della petizione e scienziato, membro dell’accademia dei lincei e di ECO (Ebrei Contro l’Occupazione), il boicottaggio accademico non mira ad interrompere i rapporti di collaborazione culturale con gli accademici israeliani, ma a tagliare i contatti con coloro che non si oppongono a quanto di più feroce ed inumano proponga il proprio governo.

Gli accademici si rivolgono anche alla diplomazia europea e lo stesso Giorgio Forti, ha indirizzato una lettera a Federica Mogherini, a capo dei rapporti diplomatici europei, chiedendo di interrompere i privilegi rivolti dall’UE nei confronti di Israele in campo commerciale e culturale. Accese le parole di Forti anche in merito all’ultima visita di Matteo Renzi in Israele e del suo discorso al parlamento israeliano: “Un simile servile ossequio alla politica di Israele, qualsiasi nefandezza esso commetta, è tale da farci vergognare di essere italiani”. E’ un momento delicato per i rapporti tra Israele e le altre potenze occidentali: l’ambasciatore americano Dan Shapiro, da sempre sostenitore di Israele, ha espresso perplessità nei confronti della politica “coloniale” a danno dei palestinesi e del doppio regime giuridico applicato ai danni di questi: tribunali militari per palestinesi, civili per israeliani.

In Europa, sostenuta da Federica Mogherini, la campagna per un’etichettatura diversa per i prodotti provenienti dalle colonie occupate da Israele e quelle provenienti dallo Stato stesso, al fine di indurre il consumatore ad una scelta consapevole se boicottare o no l’economia israeliana nei territori occupati. Ma lo sdegno e la perplessità per ciò che avviene ai danni dei popoli limitrofi a Israele si legge anche nelle parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, il quale definisce come un “affronto ai danni dei palestinesi e della comunità internazionale”, la politica espansiva degli israeliani. E la replica forte di Netanyahu, il quale accusa Ki-moon di istigazione al terrorismo antiebraico.

Di Silvia Noli

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