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Donovan Livingston: il ragazzo prodigio che voleva spiccare il volo

Donovan Livingston: il ragazzo prodigio che voleva spiccare il volo

Ha incantato milioni di persone il discorso del neolaureato ad Harvard: tra i like anche quello propagandistico di Hillary Clinton e quello,forse più

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Ha incantato milioni di persone il discorso del neolaureato ad Harvard: tra i like anche quello propagandistico di Hillary Clinton e quello,forse più sincero, di Justin Timberlake.

Di Irene Tinero

Donovan ha 29 anni ed è ricercatore di studi sociali per la prestigiosa università americana di Harvard: il ragazzo afroamericano ha recentemente concluso un Master in Educazione e il giorno della laurea ha tenuto un importante discorso. I tabloid americani lo hanno definito “il miglior speech di tutti i tempi” e gli è valso un’intervista della CNN e BBC, a dimostrazione del “potere positivo” dei social.
Donovan ha iniziato con una frase di Horace Mann, pedagogista illuminato e deputato a Washington a metà ‘800: “l’educazione è lo strumento che rende uguali gli uomini”. Ha proseguito con “catene da spezzare”, “cieli, galassie, stelle brillanti” un tempo vietate agli afroamericani, oggi solo da scoprire, “basta volare”.
Il giovane ragazzo è già un insegnante e dice di vedere nei suoi ragazzi “la stessa luce che trascinò Harriet verso la libertà”: fa riferimento ad Harriet Tubman, attivista di colore dell’ottocento che ha lottato contro lo schiavismo e sarà la prima donna a comparire su di una banconota americana.
Palesemente in onore di Martin Luther King si è definito un “sogno realizzato”, troppo a lungo rimandato e che ora si è finalmente “incarnato”.
Sui social qualcuno lo ha definito “il nuovo Obama”: fatalità, Donovan nel 2011 abbandona per un momento gli studi e si dedica alla rielezione del primo presidente di colore americano.
Il fatto che Obama sia stato il primo a riuscire in questo obbiettivo il 20 gennaio 2009, la dice veramente molto lunga. Insomma l’America è nata il 4 luglio 1776. Forse la situazione non è così “rapper-poetica” come la descrive il brillante Livingston: il suo discorso è emozionante e ci permette di tirare un sospiro di sollievo, ma probabilmente l’ambiente elitario da cui proviene nasconde qualcosa.

Il secondo dipartimento di polizia più grande degli USA, Chicago, è stato definito “razzista” in seguito ad un rapporto richiesto dopo l’uccisione di Laquan McDonald per mano di un poliziotto che ha sparato 16 colpi sul ragazzo: “Non credo ci sia bisogno di una task force per sapere che c’è razzismo in America, in Illinois, a Chicago e nei nostri dipartimenti”, ha commentato il sindaco.
A questa storia potremmo aggiungere quella di Tayvon Martin, il ragazzo di 17 anni ucciso dal volontario George Zimmermann, che probabilmente non verrà mai processato per questo “crimine federale per odio”.

Eppure c’è sempre chi è pronto a giurare il contrario: in America i razzisti sono i neri. Libero.it ha pubblicato il sondaggio telefonico Rasmussen condotto su 1000 persone (d’altronde negli Stati Uniti vivono solo 32 milioni di persone): la popolazione americana ha definito razzista il 37% dei neri, contro il 15% dei bianchi e il 18% degli ispanici. Pensate, i conservatori ritengono che il 49% degli estremisti siano neri, contro un 12% di bianchi. E gli stessi neri definiscono intolleranti il 31% delle persone di colore, a fronte del 24% dei bianchi.
Tuttavia anche indagini più accreditate ci rivelano lo stesso: l’83% degli assalti, per cui si intende dalla rapine agli stupri, è commesso da afroamericani. Contemporaneamente i neri sono anche le principali vittime di azioni criminali.

Il fatto che povertà e condizioni di degrado spingano le persone alla delinquenza non deve essere una giustificazione nè per chi ruba, nè per chi spara ad un adolescente, che solo perché è nato nel quartiere sbagliato si vedrà sempre negato il proprio diritto ad un futuro come quello di Donovan Livingston.

Magari bastasse solo volare.

Di Irene Tinero

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