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A scuola altro che inclusione, questa è discriminazione

A scuola altro che inclusione, questa è discriminazione

La scuola dovrebbe essere un luogo di inclusione, ma quando quest'ultima lascia invece spazio alla discriminazione allora sì che son dolori. Quando s

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La scuola dovrebbe essere un luogo di inclusione, ma quando quest’ultima lascia invece spazio alla discriminazione allora sì che son dolori.

Quando si parla di scuola solitamente non la si intende soltanto come un edificio nel quale i ragazzi sono soliti recarsi per imparare quattro scemenze (scherziamo eh, lo studio è importante), ma come un luogo di inclusione, in cui regnano la tolleranza e la diversità. E beh, probabilmente non è così.

Non dappertutto almeno. Perché a quanto pare ci sono scuole alle quali non interessa una mazza dei concetti sopra citati; istituti che non solo non condannano la discriminazione, ma che in alcuni casi finiscono addirittura per assecondarla. Impossibile direte voi, eppure la realtà è proprio questa.

Per rendersene conto basta fare un salto in uno dei licei più blasonati di Milano, il “G. Manzoni”. Lì si è deciso che, a causa dell’emergenza sanitaria in atto (sì, vabbè…), per essere ammessi alle prime classi nell’anno scolastico 2021/2022 sarà necessario avere, oltre ad una media voti del 9 (che ci può anche stare), pure la residenza in centro.

Ora, mentre l’ottenimento del primo requisito dipende quasi esclusivamente dallo studente, avere la residenza in centro o meno no. E perciò, per un ragazzo milanese che sogna di studiare in uno degli istituti migliori della sua città, la seconda limitazione risulta altamente ingiusta e discriminante.

E poco importa che dietro a questa decisione ci sia l’intenzione di alleggerire la pressione sui mezzi pubblici favorendo lo spostamento a piedi. Si poteva e doveva trovare un altro sistema, in modo da non penalizzare gli studenti, che di questa situazione non hanno colpe. E colpe non ne ha nemmeno un ragazzo di 16 anni che, pur essendo nato donna, senta invece di essere un uomo.

Un ragazzo che magari vorrebbe candidarsi come rappresentante d’istituto utilizzando un nomignolo maschile, ma al quale la sua scuola impone crudelmente di usare il nome di battesimo. Eppure non è un’ipotesi assurda, anzi, è il riassunto di un episodio accaduto realmente, in un liceo di Padova.

È questa l’inclusione di cui la scuola dovrebbe farsi promotrice? Ma soprattutto, qual è il confine tra regola severa e discriminazione? Secondo noi, ci sono occasioni nelle quali, piuttosto che applicare il regolamento alla lettera, bisognerebbe lasciar prevalere il buon senso. Perché, anche se il periodo che stiamo vivendo di umano ha ben poco, è proprio dell’umanità che abbiamo più che mai bisogno.

#FacceCaso

Di Gabriele Scaglione

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