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Aporofobia: una prospettiva discriminante presente anche a scuola

Aporofobia: una prospettiva discriminante presente anche a scuola

La competizione a scuola si fa sempre più viva: tra chi ha i vestiti più costosi e chi no, emerge quella che chiamiamo “aporofobia”... Pochissimi di

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La competizione a scuola si fa sempre più viva: tra chi ha i vestiti più costosi e chi no, emerge quella che chiamiamo “aporofobia”…

Pochissimi di voi avranno sentito la parola aporofobia nella propria vita, eppure esiste, ed è una delle prospettive e mentalità più diffuse, sia in maniera conscia che in una sorta di inconscio collettivo, come lo chiamerebbe Jung

Ma cos’è?
L’aporofobia non è altro che la fobia della povertà e dei poveri, che viene interpretata come ripugnanza ed ostilità nei confronti di persone che si ritrovano in questa situazione.

Etimologicamente è molto simile alla parola omofobia, e difatti anche questa non va intesa come una vera e propria paura ma, piuttosto, come una discriminazione nei confronti di un determinato stato sociale o tratto identitario.

In verità, le differenze sociali sono sempre state molto evidenti, e vi sono stati pensatori, come Marx, che hanno dato voce a chi aveva meno…

Così, per ovviare a delle discriminazioni date da uno stato di povertà, durante il fascismo, sono state introdotte le uniformi scolastiche, le quali suddividevano gli studenti non per la propria classe sociale, ma per le associazioni a cui si apparteneva, ad esempio l’Opera Nazionale Balilla etc…

D’altronde, parafrasando Gramsci, bisogna preoccuparsi quando riformano la scuola poiché riformano il pensiero del futuro, e così è stato nel ’68 quando è prevaricata l’importanza individuale che ha abolito le divise.

Da allora si assiste ad una regressione ed una esagerata esaltazione individuale che tende a fare venir fuori le “preferenze” e le “simpatie” anche tra i banchi di scuola soltanto in base a come ci si veste.

Si rischia così che, tra una moda e l’altra, molti ragazzini si sentano più importanti e più fighi soltanto per il cellulare ultima generazione o la cintura Gucci, seguendo un modello che elogia e parla di inclusività solo in base alla quantità di soldi in tasca e non alla propria creatività.

Che la società porti, a questo punto, sempre più verso il dio denaro?

D’altronde si vive in un mondo speculativo ed estetico, per cui si tende ad evidenziare esclusivamente l’apparenza, ed è qui che si rischia: proprio perché se sin da piccoli si è abituati ad emarginare chi non può permettersi o non vuole indossare un determinato indumento, si finisce per essere come i grandi, che puntano il dito ai migranti, ma se questi vengono in giacca e cravatta con una valigetta pronti ad investire, diventano idoli indiscussi.

#FacceCaso

Di Alessia Sarrica

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