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Brand Activism: ecco perché i giovani dovrebbero farci caso!

Brand Activism: ecco perché i giovani dovrebbero farci caso!

La rivoluzione della visione delle aziende è racchiusa all’interno di due parole: Brand Activism, per il futuro e per i giovani… Ad oggi le aziende s

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La rivoluzione della visione delle aziende è racchiusa all’interno di due parole: Brand Activism, per il futuro e per i giovani…

Ad oggi le aziende sono in continua evoluzione, tra strategie di marketing e di comunicazione, cercano di essere sempre alla mano ed al passo con i tempi, da questa necessità nasce proprio la definizione di Brand Activism.

Ma andiamo con ordine, il primo stampo letterario che ha introdotto questa tecnica è proprio un libro del 2018, Brand Activism. From purpose to action, scritto da Philip Kotler, definito come “il maggior esperto al mondo nelle strategie di marketing“, e Christian Sarkar, consulente del marketing ed autore.

Secondo la definizione che viene data dal libro stesso, il Brand Actvism non è altro che l’assunzione di un “purpose” ben preciso da parte di un’azienda, in parole povere, non è altro la proposta dell’azienda di avere uno scopo benefico.

Non si cerca più di vendere il singolo prodotto in quanto tale, ma di renderlo impegnato nell’ambito sociale, ambientale e politico.

In sintesi, è una tecnica strategica di comunicazione che si avvale delle lotte dei Millenials e della Generazione Z volte un futuro migliore, come le proteste per l’ambiente.

Se ci fate caso, difatti, il noto marchio Barilla ha introdotto i pacchi di pasta in cartone proprio per sostituire la plastica in modo da essere più eco-sostenibile e, di conseguenza, nel bancone del supermercato risulterà un prodotto favorito da chi ha a cuore la tematica.

Ma non è tutto oro quel che luccica…
Difatti bisogna stare attenti alla contestualizzazione delle varie pubblicità e dei prodotti in questione; si parla, quindi, sia di attivismo regressivo che progressivo.

Risulta regressiva una pubblicità che sponsorizza il tabacco per le qualità benefiche, mentre risulta progressivo lo stesso prodotto pubblicizzato attraverso la consapevolezza sugli effetti negativi che questi possa avere, in modo da evitare l’indignazione collettiva.

Ma si parla anche di senso comune con i due possibili estremi: la polarization e l’inclusion, mentre la prima tende a rendere il prodotto indirizzato ad una singola categoria di persone, la seconda tende, per l’appunto, all’inclusione, a partire dalla comunità LGBTQ+ fino all’etnia e, dunque, al colore della pelle.

Il problema sorge quando si presenta una pubblicità in cui viene affermato un iperbolico rispetto per l’ambiente da parte del brand, che però non esiste.

Per questo, soprattutto i giovani, dovrebbero stare molto attenti; spesso e volentieri, le pubblicità più eco-friendly, si rivelano quelle più false (trascendendo nel greenwashing).

Quindi ragazzi, #FateceCaso.

#FacceCaso

Di Alessia Sarrica

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