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Con “Sport in classe” insegnano ai bambini ad essere (anche) perdenti

Con “Sport in classe” insegnano ai bambini ad essere (anche) perdenti

Dal Miur abbattono il bullismo con educazione fisica e scacchi. In una società in cui vincere è l’unica ragione di vita, “il secondo è solo il primo d

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Dal Miur abbattono il bullismo con educazione fisica e scacchi.

In una società in cui vincere è l’unica ragione di vita, “il secondo è solo il primo dei perdenti”, in una società in cui il vittorioso scrive la storia e gli altri, sotto di lui, accolgono le decisioni senza potersi permettere un lamento, in una società così, dunque, qualcuno cerca invece di cambiare qualcosa. E lo fa partendo dal cambiamento della mentalità dei bambini. Il Miur, ad esempio, che spesso, anche su questa pagina, abbiamo tanto affossato e vituperato. Il Miur, che questa volta pare aver fatto qualcosa di buono.

Eh si, perché proprio da questa organizzazione nasce il progetto “Sport in classe”, un’idea volta ad insegnare ai pargoli l’importanza di saper gestire una sconfitta. Ma come viene attuato questo progetto? Innanzitutto, dal 2014 è stata portata più educazione fisica nelle classi, mischiando ragazzi disabili e non, ed inoltre, dallo scorso autunno, sono stati introdotti in 350 scuole medie italiane gli scacchi. Tra un cavallo in C8 e un alfiere in D6, i bambini imparano a prendere decisioni logiche, a concentrarsi, ed a saper affrontare la sconfitta, per l’appunto centro nevralgico del bullismo. Dice cosi Mario Rusconi, presidente della sezione romana dell’Associazione Nazionale Presidi, “spesso i bulli sono solo persone che non hanno grande stima di se stessi, che non amano le sconfitte. E chi non va a scuola a volte non riesce ad accettare momentaneamente la sua situazione di supposta inferiorità scolastica”.

Un altro metodo sperimentato dal Miur è stato quello del ribaltamento di ruoli tra i ragazzi: in un’esercitazione, chi appare come leader nella classe dovrà mettersi nei panni di chi considera “scarso” o “perdente” (all’americana, looser), e viceversa, in modo da mettersi ciascuno nei panni dell’altro e provare a capire cosa si prova di fronte ad un’esaltazione o ad una frustrazione.
“Se ciò che io dico risuona in te, è semplicemente perché siamo entrambi rami di uno stesso albero”, come dice William Butler Yeats.
Non è facile, ma neanche impossibile no?!

Di Giulio Rinaldi

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