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L’arte dell’improvvisazione

Secondo uno studio condotto da Guardian, dietro a quelle performance apparentemente spontanee e prive di sforzo, ci sono precisi meccanismi celebrali.

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Secondo uno studio condotto da Guardian, dietro a quelle performance apparentemente spontanee e prive di sforzo, ci sono precisi meccanismi celebrali. Andiamo a scoprirli insieme!

“Basta una serie di note. Il resto è improvvisazione”

affermava Jimi Hendrix. Ma come si fa ad improvvisare? Se potessimo chiederlo a lui, probabilmente ci risponderebbe che gli viene naturale, che è una di quelle cose che “si sentono” e che escono fuori senza pensarci troppo.
Secondo uno studio condotto da Guardian però non è così. La scienza ha scoperto che dietro a quelle performance apparentemente spontanee e prive di sforzo, ci sono precisi meccanismi celebrali, primo fra tutti imparare a lasciarsi andare.

A differenza di altri campi creativi, come la logica o la matematica, l’arte dell’improvvisazione richiede l’assoluto “riposo” di alcune aree del cervello dell’artista in questione. Per entrare nello specifico, il default mode network, che comprende una serie di aree attive quando non abbiamo nulla da fare, il classico “sogno ad occhi aperti” per intenderci, che include pensieri sul nostro passato, sul nostro futuro e su come ci sentiamo in determinate situazioni; e la corteccia prefrontale dorsolaterale (CPFDL) che si attiva quando pianifichiamo il da farsi e monitoriamo che tutto si stia svolgendo correttamente. Ricerche di imaging celebrale, hanno riscontrato che con la disattivazione di queste due aree perdiamo la paura di sbagliare, smettiamo di concentrarci su noi sessi e soprattutto siamo in grado di dare libero sfogo alla nostra creatività.

Imparare a lasciarsi andare, non è però l’unico fattore che incide sulla nostra capacità di improvvisare. Mentre le aree sopracitate dormono, quelle premotorie e quelle del linguaggio al contrario sono molto attive. Gli studi dimostrano che i freestyler, durante le loro performance, sono in grado di combinare in modo creativo diverse azioni già svolte nel passato, proprio grazie all’utilizzo di queste due aree.

Per finire, il “flow state”, quella sensazione che si prova quando ci si sente completamente immersi in un’attività tanto da non avvertire lo scorrere del tempo. Ciò non avviene solo nella musica, ma anche quando si scrive, si dipinge o si fa sport. Certo è che per diventare bravi in quest’arte servono tempo ed esperienza… in fin dei conti mica tutti nascono Jimi Hendrix #FacceCaso

Di Francesca Romana Veriani

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