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L’arte della cucina e del gusto italiani: perchè non studiarlo a scuola?

L’arte della cucina e del gusto italiani: perchè non studiarlo a scuola?

Noi, Paese della gastronomia e della cultura culinaria, ignoriamo il valore del cibo. Sarà il momento di introdurre nelle scuole “l’educazione al gust

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Noi, Paese della gastronomia e della cultura culinaria, ignoriamo il valore del cibo. Sarà il momento di introdurre nelle scuole “l’educazione al gusto”?

Di Silvia Carletti

“Energia al posto di sapore. Abbondanza scambiata per emozione. Quantità barattata con la qualità. A cosa sono servite allora migliaia di ore di televisione gastronomica che da oltre dieci anni raccontano il valore artistico della cucina d’autore?”. A parlare è Federico Francesco Ferrero, per chi non lo conoscesse, nutrizionista e Chef di Masterchef. Ha una personalità particolare, estrosa, fuori dagli schemi classici della tradizione gastronomica italiana: ma è questo che si cerca nell’alta cucina moderna. Eleganza e creatività certamente, ma qualità prima di tutto: Federico “condanna” gli italiani come un popolo di grossolani “accumulatori” di cibo, che di fronte a un piatto poco abbondante restano perplessi e insoddisfatti, giudicando la cucina d’avanguardia come una “mera formalità, di poca sostanza”.

Bisogna pur tenere conto della storia che ha alle spalle la nostra “arte gastronomica”: dai gloriosi tempi del dopoguerra, dove le dispense pullulavano di ogni sorta di cibo in quantità adatte a sfamare un esercito negli anni della grande ripresa economica, alle spese essenziali di oggi, in tempo di crisi più in calo che mai. Ma la tendenza è rimasta la stessa: quando si mangia si guarda l’abbondanza, l’ “impatto visivo” (pensiamo a tutte le foto che girano sul web, sfido chiunque ad andare in un ristorante oggigiorno e non ritrovarsi almeno un vicino di tavolo che prima di cominciare a mangiare si ferma “perché deve postare” il suo piatto!), ma si trascurano gusto e ricchezza – intesa come valore, non numero- dei cibi.

Quante volte, poi, i sapori tradizionali vengono “camuffati” o modificati, estirpati dalla loro origine: così la nostra cucina oggi è soggetta a continui condizionamenti, a influssi esteri, che non vanno di certo ignorati ma che non devono arrivare a “rinnegare” e sostituire la nostra tradizione, per non parlare della schiavitù a cui ci costringono le tempistiche della vita moderna, portandoci a ridurre i pasti a mescolanze stravaganti e confusionarie. Indiscutibile il ruolo del gusto personale, di quel pizzico di soggettività che ognuno porta a tavola, come è giusto che sia, delineando il proprio stile e le proprie abitudini: ma se è vero che “de gustibus non disputandum est” per quanto riguarda i singoli, è altrettanto vero che bisogna risvegliare la coscienza collettiva e rieducare la popolazione a una cucina aperta alle novità, che sa rinnovarsi, e che allo stesso tempo non biasima il proprio passato.

Perciò si parla, anche se in maniera un po’ astratta, di “educazione alla gastronomia” come materia, o approfondimento, da introdurre nelle scuole, che sono lo strumento più diretto con cui avvicinarsi alle masse, a partire dai giovani. Da parte nostra, crediamo che ai ragazzi non dispiacerebbe sicuramente una disciplina di questo tipo!

Di Silvia Carletti

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