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Politically correct: giovany, facciamo attenzione alle parole?

Politically correct: giovany, facciamo attenzione alle parole?

Il linguaggio è in continua evoluzione, alcune parole diventano obsolete, esagerazione o modernizzazione? Finto buonismo o estremismo linguistico? Ved

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Il linguaggio è in continua evoluzione, alcune parole diventano obsolete, esagerazione o modernizzazione? Finto buonismo o estremismo linguistico? Vediamo come va con il politically correct.

Quotidianamente ci si ritrova in situazioni scomode, date dalla proprietà di linguaggio usata e dalla sensibilità individuale; già negli anni ’30 e poi durante i moti del ’68, per ovviare a questo disagio, è nato un codice linguistico alternativo, dall’inglese il suddetto “politically correct”, il quale mira allo sradicare la matrice razziale, xenofoba ed omofoba derivante dai secoli precedenti.

Proprio per questo, certe parole, tendono a dover cadere in disuso per non vanificare le lotte per l’uguaglianza dei nostri predecessori e contemporanei. (Basti pensare alle manifestazioni del Pride e del movimento #Blacklivesmatter.)

Inoltre è comune utilizzare impropriamente il “sono politicamente corretto” durante una qualsiasi conversazione sull’attualità, quasi come se fosse un vanto od una qualità particolare, ignorando quale sia il reale significato di questa frase.

Ma ad oggi, non dovrebbe essere alla base del vivere civile e del rispetto altrui?

Eppure, anche in un registro linguistico di questo tipo, possono svilupparsi estremismi e falsi buonismi. Sarà per questo che viene accostato alla parola “politica”?

Tutto nasce dalla sensibilità della persona con cui si sta parlando, l’esempio lampante è la denominazione “negro” sostituita da “nero” o “di colore”, ma vi è chi preferisce la seconda, chi ripudia l’ultima (poiché tende ad accentuare la differenza da una carnagione possibilmente più chiara) e chi preferisce la prima (perché possa eliminare la connotazione schiavista e rimanere il significato originale della parola, ovvero sinonimo, almeno nella lingua italiana, di “nero”, usata principalmente nel linguaggio poetico e prosaico antico) .

Ancora più dibattuto è il voler eliminare il genere nelle parole che si limita al maschile e al femminile, ignorando l’ampio spettro dell’identità di genere esistente.

Ciò accadrà nelle prossime edizioni del Festival Nazionale del Cinema di Berlino, ma sarebbe possibile una tale riforma linguistico-grammaticale nella lingua italiana?

Ricordando che in tedesco esiste il genere neutro (“das”), sarà ora di introdurre le declinazioni neutre nella nostra lingua?

Sarà ora di rendere il mondo più accogliente senza denominazioni urlate con cattiveria?

#FacceCaso

Di Alessia Sarrica

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