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Studiare diritto internazionale a Cambridge nell’epoca della Brexit

Studiare diritto internazionale a Cambridge nell’epoca della Brexit

Racconto di un dottorando della Sapienza, andato a Cambridge per approfondire le sue ricerche, nel pieno del tumulto Brexit. Il college inglese è, ne

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Racconto di un dottorando della Sapienza, andato a Cambridge per approfondire le sue ricerche, nel pieno del tumulto Brexit.

Il college inglese è, nell’immaginario collettivo, il non plus ultra dell’istruzione universitaria. Eppure anche in un’apparente condizione paradisiaca non mancano le criticità. Vivendo da vicino la realtà quotidiana si scopre presto che i problemi sono uguali dappertutto. Lo testimonia Rodolfo Scarponi, dottorando dell’Università La Sapienza di Roma, andato a studiare a Cambridge per qualche mese in estate.

La sua attività di ricerca in diritto internazionale ha avuto lì una fruttuosa impennata, grazie a condizioni generalmente migliori di quelle dell’università italiana. Ma ha anche potuto constatare che la vita nel Regno Unito fuori dal centro di Londra, non è affatto idilliaca. Soprattutto in un periodo come questo, nel pieno delle tribolazioni per la Brexit.

Innanzitutto, su cosa verte la tua ricerca?

“Sto studiando un aspetto un po’ complesso del diritto internazionale. Si tratta di approfondire le problematiche relative alla validità o meno degli accordi bilaterali di investimento tra i paesi dell’Unione Europea, prima del loro ingresso nell’unione stessa. Per essere più chiari e semplificare al massimo, gli stati normalmente stringono accordi tra loro per reciproca convenienza. Ma quando, successivamente, queste nazioni sono entrate a far parte dell’organismo sovranazionale dell’UE, si è posto un problema: gli accordi precedentemente sottoscritti fra di loro restano validi o no? Su questo punto la giurisprudenza dell’Unione sta tutt’ora dibattendo. Una importante sentenza della Corte di Giustizia europea c’è stata, ma non ha affatto messo la parola fine sulla questione”.

È un tema che quindi incide sulla tutela dei diritti economici?

“Assolutamente sì. Sia grandi che piccoli. Perché quando un governo si impegna con un trattato a favorire gli investimenti stranieri nel proprio territorio, si muovono miliardi di capitale, che coinvolgono tutto un indotto. Lavoratori in primis. Se improvvisamente l’accordo viene annullato e la tutela, precedentemente garantita da apposite istituzioni, non è più valida si blocca un’intera economia. Per contro, se l’accordo rimanesse valido le politiche economiche dell’Unione Europea verrebbero ad essere influenzate collettivamente da iniziative di singoli. Il che per gli altri stati membri, estranei all’accordo bilaterale, potrebbe rappresentare un danno”.

E come mai hai scelto di andare proprio a Cambridge per approfondire questo argomento?

“Nessuna motivazione particolare. Il progetto di mobilità per i dottorandi è stato finanziato dall’Unione Europea. Tramite La Sapienza c’erano a disposizione una serie di mete prestabilite per andare a studiare questa tematica all’estero e ho optato per l’Inghilterra”.

Sei rimasto soddisfatto dell’esperienza?

“Senza dubbio lì ho potuto confrontarmi con metodi di ricerca differenti. In generale ho trovato un sistema migliore sotto tutti gli aspetti. Al livello di mezzi, risorse e strumenti, non c’è paragone con l’Italia. La cosa che più mi ha colpito è l’immenso archivio digitalizzato di tutta la biblioteca. Una sconfinata quantità di testi tutti catalogati telematicamente con un sistema tramite cui è possibile consultarli direttamente senza necessariamente richiederlo in prestito. Non parliamo poi delle strutture. Sono tutte più efficienti, ordinate, pulite, curate. Questo contribuisce a creare un ambiente più stimolante e coinvolgente. Infatti sono riuscito a portare a termine una grande mole di lavoro, probabilmente nella metà del tempo che avrei impiegato a Roma. E poi il rapporto con i professori è totalmente diverso. Ti seguono passo passo, ti guidano e ti aiutano sul piano umano se ti trovi in un momento di difficoltà”.

E invece la vita fuori dal college per un ricercatore straniero com’è?

“Su questo invece sono rimasto molto deluso. Ho provato sulla mia pelle una sorta di ostracismo nei confronti degli stranieri. Che, per altro, sono tantissimi. In particolare con gli italiani ho percepito quasi un’ostilità. Cambridge comunque, al di là della città universitaria, rimane un piccolo paese della campagna inglese. Pure nel Regno Unito, l’atteggiamento che si incontra uscendo dal centro di Londra è quello tipico di una comunità provinciale, chiusa nella propria grettezza quotidiana. E anche tra i più giovani ho notato un certo lassismo. Ho visto molti gruppetti di ragazzi andare totalmente fuori controllo dopo ore passate chiuse nel pub a bere birra. Per carità, festeggiare e divertirsi una sera ci sta. L’ho fatto anche io. Più volte. Ma fare solo quello tutti i giorni alla lunga è aberrante. Quindi, se dentro i confini del college la vita in comunità degli studenti è molto più aperta e coinvolgente, fuori di lì il degrado non è diverso da quello che si trova un po’ ovunque nel mondo, in contesti simili”.

Confrontandoti con la vita quotidiana, hai avuto modo di percepire qualche preoccupazione in vista della Brexit? Pensi che potrà influire anche nell’attività di altri tuoi colleghi che lavorano lì?

“In realtà ciò che sta per avvenire è già tutto abbastanza chiaro ed evidente. Basta farsi un giro nei supermercati. Lì a Cambridge, i prodotti di importazione UE sono praticamente spariti. Frutta e verdura, per esempio, vengono da ovunque ma non dal continente. E le conseguenze sulla qualità sono immaginabili. Il tenore di vita si sta ridimensionando perché si stanno diffondendo preoccupazione e incertezza riguardo ciò che avverrà. Gli stranieri che vivono lì sono in un limbo. Molti rischiano di dover letteralmente scappare per non rischiare addirittura di ritrovarsi in condizioni di paradossale clandestinità, dopo anni di soggiorno regolare. Dipenderà tutto dalle decisioni che prenderà il governo riguardo gli accordi con l’UE per l’uscita. Anche dal punto di vista universitario questo comporterà grossissimi problemi. Lì gli investimenti sono rivolti proprio ad attirare ricercatori e studiosi dall’estero. Trovare un britannico nei laboratori e nei grossi centri di ricerca è diventato ormai raro. Il rischio che corrono è quello di veder andar via una gran quantità di risorse umane su cui hanno già investito molti soldi”.

Pensi che questo fatto possa in qualche modo rientrare anche nel campo della tua ricerca?

“Anche se alla larga, direi di sì. Alla fine si tratterà sempre di dover rinegoziare accordi bilaterali con un paese terzo, che dovranno essere vincolanti per tutti i membri dell’unione. Compresi quelli che eventualmente entreranno in futuro. Come ho detto, però, dipenderà tutto dalle clausole dell’accordo per la Brexit. Se, come vorrebbe Johnson, si realizzasse un ‘no deal’… bhe, cambierebbero molte cose nei rapporti euro-britannici. Banalmente, un conto è pensare di andare a studiare, fare ricerca o cercare lavoro con la certezza della tutela dei diritti garantiti dalla comunità europea, tutt’altro è farlo da totale straniero”.

#FacceCaso

Di Tommaso Fefè

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