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Tre mesi di stage a Calcutta durante la stagione dei monsoni. La mia incredibile esperienza

Tre mesi di stage a Calcutta durante la stagione dei monsoni. La mia incredibile esperienza

Vi racconto del mio stage a Calcutta: un’avventura incredibile tra monsoni, colori, odori e varie esperienze. Dopo aver concluso, la settimana scorsa

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Vi racconto del mio stage a Calcutta: un’avventura incredibile tra monsoni, colori, odori e varie esperienze.

Dopo aver concluso, la settimana scorsa, il reportage del mio (non organizzato) viaggio in Islanda, oggi andiamo da tutt’altra parte del mondo. Nell’estate del 2016 ho avuto la bellissima idea di trascorrere tre mesi facendo uno stage a Calcutta. Un’esperienza incredibile, un po’ estrema dove ho lasciato il cuore e anche 8 kg.

In India per uno stage a Calcutta

Verso la fine del mio primo anno di università ho pensato che sarebbe stato opportuno mettermi subito in gioco con uno stage estivo. Il problema era che alla fine del primo anno di triennale le mie conoscenze e competenze non è che fossero poi così approfondite. Mi serviva un luogo in cui la richiesta non fosse poi così alta. Idee? India! Certo in India ci sono molte opportunità ma anche molte richieste. Dov’è che il resto del mondo non vorrebbe mai andare? Calcutta. Anzi, meglio: a Calcutta durante la stagione dei monsoni! Che idea magnifica.

E così ho mandato la mia candidatura con curriculum e lettera motivazione alla Indo-Italian Chamber of Commerce, precisamente nell’Ufficio di Calcutta. Qualche mese dopo ero lì.

Calcutta da dentro un taxi, sotto la pioggia

Al bando i pregiudizi!

Partiamo dal presupposto che io ho sempre adorato l’India, avevo già avuto l’occasione di visitarla tre volte. Due volte con la famiglia, e una terza per fare volontariato proprio a Calcutta. Quindi già avevo una vaga idea di cosa aspettarmi. In un altro articolo vi avevo già raccontato del mio viaggio in Ladakh, la regione dell’India a cavallo dell’Himalaya.

Inoltre, non sono una ragazza particolarmente schizzinosa e di certo quando ho l’opportunità di viaggiare, anche se nel posto più strano del mondo, non mi tiro mai indietro. E infatti…

Quando si parte per l’India, però, bisogna lasciare a casa i pregiudizi. Quindi valigia alla mano, voglia di mettersi in gioco, un pizzico di follia e soprattutto: ottimismo, quello sempre. È inutile che vi dica che le situazioni più difficili in cui io mi sia mai trovata nei miei 23 anni le ho vissute proprio in quei tre mesi, ma l’unica cosa importante è non farsi prendere dalla disperazione 😉

Negozio di bracciali

Lo stage alla Indo-Italian Chamber of Commerce

Da studentessa di scienze politiche al primo anno, sicuramente non ero la stagista più esperta del mondo. L’ufficio di Calcutta era minuscolo: la mia capa, io, e un “office boy”. Il fatto di essere tre in croce, però, è stato molto positivo per me. Ho imparato tanto e ho fatto un po’ di tutto: dalle cose meramente burocratiche, all’andare ai meeting ed eventi, a mettere in contatto aziende indiane con quelle italiane. Da questo punto di vista, per me, è stata la miglior cosa che potessi fare.

Poi ho migliorato il mio inglese e, soprattutto, ho imparato ad avere a che fare, lavorativamente parlando, con gli indiani. Perché sì, siamo tutti diversi e in ogni parte del mondo ognuno ha un approccio diverso sia dal punto di vista comunicativo che comportamentale e nel lavoro questo “gap culturale” si fa ancora più evidente.

Per esempio, la mania degli indiani di non dire mai di no e poi però non fare le cose. Bisogna imparare a fare i conti con le diversità culturali, e un’esperienza di questo tipo direttamente nel campo è quanto di più formativo possa esserci.

Uno dei maggiori vantaggi del mio stage a Calcutta è stato che con questa esperienza, al primo anno di università, ho arricchito il mio CV con qualcosa di veramente autentico. Ne ho visto i benefici quando successivamente ho cercato altre opportunità di stage.

Ma poi, al di là del lavoro, la cosa più difficile a Calcutta è viverci, soprattutto per una ragazza di 20 anni, bionda e sola.

Bere il “chai” per la strada

Calcutta

Sarebbe interessante sentire a cosa pensano le persone quando gli si dice “Calcutta”. Ecco, sono abbastanza sicura che i pregiudizi sarebbero tutti veri, ma sarebbe tutto molto riduttivo e relativo. Penso che le prime cose che vengono in mente siano: la povertà, Madre Teresa, quindi malati e lebbrosi, poi sporcizia, e confusione.

Ve la immaginavate così Calcutta?

Tutto vero ma durante il mio stage a Calcutta ho conosciuto anche e soprattutto tutto un altro mondo. Una città grande e confusionaria dove si passa dai meravigliosi palazzi sfarzosi delle persone benestanti agli slum in piena città. Si va dalle più stravaganti tradizioni indiane a quelle occidentali lasciate dalla colonizzazione inglese. Si passa dai posti in cui c’è così tanto casino che ti scoppia la testa, a quelli in cui c’è il silenzio più assoluto. A Calcutta c’è la più grande libreria del mondo e ci sono ancora i risciò tirati a mano

Risciò a mano…

Il luogo dove gli opposti si incontrano e convivono in armonia.

Una bionda a Calcutta

Le maggiori difficoltà, quando si vive in India e Calcutta soprattutto, sono nelle minime azioni quotidiane: andare a lavoro, mangiare, camminare…

I mesi estivi, quelli che hanno coinciso con il mio stage a Calcutta, sono i mesi del monsone, questo significa che quando non piove disperatamente, fa un caldo umido e appiccicoso che si suda stando fermi. Tale è l’umidità che ad un certo punto mi sono resa conto che le mutande che avevo lasciato nel cesto delle cose sporche avevano fatto la muffa. Questo solo per rendere l’idea dell’umidità.

Solo in assaggio del monsone a Calcutta

Inoltre, essere bionde a Calcutta significa che non si passerà mai inosservate. Ogni volta che ho messo un piede fuori casa, ho affrontato il fatto che tutti gli occhi erano puntati su di me. Mica per cattiveria o chissaché. E quindi bisogna imparare a farsi scivolare addosso le occhiate, le persone che si avvicinano per sapere tutto di te, e poi, purtroppo, anche a tutti i commenti e i fischi degli ormoni impazziti di chi non ha mai visto dei lunghi capelli biondi.

La soluzione potrebbe essere camuffarsi un po’ magari iniziando a vestirsi in modo non molto occidentale! Insomma, spazio alla creatività che poi diventa divertente.

Come si fa a vivere a Calcutta? Questo ve lo racconto nella prossima puntata!

P.S: Per tutti coloro che hanno voglia di esplorare qualche altro strano posto del mondo, consiglio gli altri miei racconti di viaggio, c’è solo l’imbarazzo della scelta: Albania, GreciaMacedoniaCroaziaRomania, UngheriaMoldaviaTransnistriaSerbia, un piccolo focus su Lisbona e uno su Parigi, un reportage sul mio viaggio in Ladakh, la regione dell’India che si trova sulle montagne dell’Himalaya e del Karakorum (parte 1parte 2parte 3, e parte 4), un reportage del mio viaggio “alternativo” in Kenya (parte 1parte 2parte 3parte 4parte 5) e infine un ultimo reportage del mio viaggio in Islanda senza aver prenotato nulla (parte1, parte2, parte3, parte4, parte5).

#FacceCaso

Di Chiara Zane

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